Ci si commuove sempre un po' a vedere gli spettacoli di Ulderico Pesce. Perché lui, con quell'aria innocua e sincera, con quel suo mescolare vicende intime e quotidiane alle grandi e piccole storie d'Italia, con quell'accento lucano che è segno terrigno e popolare, con quel suo mostrarsi militante senza reticenze, arriva diritto al cuore.
Ulderico è un giovanotto che sembra farsi carico del mondo, con forza e candore: un Don Chisciotte, forse, ma estremamente determinato nell'attaccare i suoi mulini a vento. Come la Fiat: «contro la Fiat non si protesta», ripete in questo appassionante spettacolo che è FIATo sul collo, i 21 giorni di lotta degli operai della Fiat di Melfi. Perché la «grande casa» torinese è uno di quei mulini cari a Cervantes: una entità astratta che ha fatto l'Italia, che ha piegato la Nazione alle sue regole, che ha preteso e ottenuto finanziamenti eterni, che ha dettato regole e infranto leggi. Tutto in nome dell'automobile, del profitto, della produttività...
E allora che fa, Ulderico Pesce? Parte da lontano, dall'intimità casalinga e umanissima, da un colloquio di lavoro fatto da Antonio, il protagonista di questo lungo racconto, per entrare come operaio nell'enorme e nuovissimo stabilimento di Melfi, attraverso la «formazione lavoro». Colloquio superato mostrando reattività mentale e velocità di mano: 32 secondi per comporre il puzzle di Bambi.
Pesce racconta della festa a casa, della gioia dei membri di una famiglia come tante: il nonno partigiano e fiero del 25 aprile, dei genitori, della vita al paese. E poi, piano piano, della nuova vita di operaio: zitto, sempre zitto, alla catena di montaggio, al nuovo sistema produttivo «giapponese». È un sogno che si realizza, lo stipendio fisso, la dignità del lavoro, la piccola casa, la macchina nuova (la Punto che si fabbrica proprio a Melfi), il matrimonio con Angela, che diventa anche lei operaia, le figlie...
Ma il sogno si trasforma presto in incubo: turni massacranti, come la «doppia battuta», ovvero dodici turni consecutivi di notte, stipendi inferiori a quelli degli altri operai italiani, garanzie zero. La piana di Melfi, quell'enorme casermone che ha invaso le terre fertili, diventa una valle dell'inferno: la vita si guasta, le tensioni crescono, la stanchezza fa litigare. Ma Antonio cerca di barcamenarsi, di mantenere il posto, di sopportare: zitto, perché contro la Fiat è meglio non protestare. Angela, la donna - fiera e orgogliosa come tutte le donne del Sud - invece si ribella: si unisce alla FIOM-CGIL, e partecipa a uno sciopero che è entrato nella piccola-grande storia del sindacalismo italiano. Ventun giorni davanti ai cancelli, a far picchetti, ad aspettare rivendicando diritti, tutele, stipendi adeguati. Lascia Antonio da solo: e lui, sperduto, spaurito, vigliacco, aspetta, va in fabbrica, lavora, si spacca la schiena.
Perché contro la Fiat finisce «a mazzate». Ma alla fine, esasperato, più per amore che per orgoglio sindacale, anche Antonio si unisce ai dimostranti: ed è il giorno della carica di polizia, in assetto antiguerriglia. Le mazzate, appunto. L'attore, a quel punto, lascia al video il compito di raccontare: immagini crude, dimenticate in fretta nonostante siano passati appena due anni da quell'episodio.
FIATo sul collo, tra l'altro testo vincitore del premio «Marisa Fabbri» al Riccione Teatro 2001, è uno spaccato di vita italiana recente, osservata e raccontata dalla parte di quelli che «stanno sotto», di quelli che prendono le botte: senza retorica, ma con l'orgoglio e la dignità di un canto partigiano.
Ha un suo modo garbato di raccontare, Ulderico. Gioca con il pubblico, a volte si fa ammiccante, sembra sempre sul punto di perdere il filo, di improvvisare lì per lì, di imbrogliare o inventare, come normalmente si fa quando si racconta una storia che ci appassiona. È vero, ci sono snodi drammaturgici forzati, scarti che suonano meccanici, ma anche momenti di rara intensità. E quando la storia si conclude con la vittoria degli operai di Melfi, allora lo spettatore è completamente in balia di questo strano narratore, semplice e magnetico: sulle belle musiche dei Tetes de Bois, si festeggia insieme. Quasi che a Melfi, con gli operai lucani, quel giorno, fossimo davvero in tanti...
(20 dicembre 2006)
di andrea porcheddu
(15:06 - 20 dic 2006)
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