La carriera di Simona Bucci ha avuto un percorso «anomalo» e affascinante. Formatasi alla danza contemporanea con maestri del calibro di Nikolais, Murray Louis e Hanya Holm a New York, rientrata in Italia all'inizio degli anni '80, la sua vita sembrava condurla sui binari tradizionali dell'insegnamento (suo e di Emanuela Salvini uno dei primi centri didattici contemporanei doc in Italia, Imago Lab. a Firenze) o delle piccole esperienze coreografiche con un suo gruppo -Imago - che insieme alle nuove formazioni di danza contemporanea in Italia tentava di trovare spazio e attenzione.
Poi, nel 1991 la svolta. Alwin Nikolais, ospite a Reggio Emilia per il primo corso di perfezionamento per coreografi organizzato dal Centro Regionale della Danza, le chiede di fargli da assistente. E, soddisfattissimo della sua qualità artistica, subito dopo la invita a entrare nella sua compagnia, la Nikolais Dance Company, a New York. Per quattro anni Simona gira il mondo con la gloriosa formazione e si nutre, più che mai, dei preziosi insegnamenti tecnici e teatrali del vecchio Nik, maestro di illusioni teatrali, dove la fusione tra colori, luci, suoni, movimento raggiunge punte fantastiche.
Poi, altro «step», è Carolyn Carlson (già danzatrice culto di Nik e poi coreografa-maestra che ben conosciamo), che la chiama come braccio destro, prima all'Accademia Isola Danza, che dirige nell'ambito della Biennale veneziana e, oggi, al Centro Coreografico di Roubaix, in Francia.
Nel frattempo alla nostra Simona è tornata voglia di coreografare, di mettersi nuovamente alla prova come autrice. Ed ecco l'ultima sorpresa: il suo spettacolo I Rimasti, con il quale - dopo aver vinto il Concorso Coreografo d'Europa - ha iniziato a essere presente in importanti stagioni di danza nazionali.
Perché una sorpresa? Perché in questo bel lavoro, l'esperienza passata accanto a due mentori del livello di cui sopra, si trasforma ed elabora in una cifra personale che mischia altre suggestioni con una sensibilità intensa e una capacità di scrittura drammaturgica rare nel teatro di danza di oggi.
Ispirato ad un quadro del pittore divisionista Angelo Morbelli, Il Natale dei Rimasti, nel quale si rappresenta, avvolta in una emblematica luce crepuscolare, tutta la desolazione e la solitudine di alcuni derelitti, ospiti del Pio Albergo Trivulzio di Milano, I Rimasti di Simona Bucci immagina e mette in scena i fantasmi, i dolori, i trascorsi di cinque personaggi, costretti a coabitare e condividere i propri orrori con gli altri. È proprio il lavoro di «scrittura» e di definizione psicologica di ciascun personaggio, del quale Bucci immagina vita, estrazione sociale e il destino che l'ha ridotto in disgrazia, a rendere tesa e definita la struttura coreografica dello spettacolo, guidando la coreografa nel caratterizzare testualmente i cinque personaggi (il violento, il nobile decaduto, l'ex soldato rude, il povero demente) e tessere le loro relazioni personali.
Alienazione, solitudine, l'orrore di una violenza subita nel passato (con il fantasma della guerra, evocato in una bella sequenza di gruppo, nella quale le panche della scenografia diventano di volta in volta, trincee, steccati, ma anche casse da morto che gravano incombenti sulle spalle dei soldati o un muro contro il quale schiacciarsi, ormai sconfitti e umiliati): questi i temi trattati, con sensibilità e delicatezza e cura del dettaglio (bello e terribile lo sguardo gelido di uno degli astanti che osserva, di sbieco, le intemperanze degli altri). Tutto è intinto nel movimento, forte, pesante, a volte - giustamente - rozzo e «sporco», dei protagonisti. Nessuna invenzione formale particolare, ma l'intenzione, pienamente riuscita, di dare materia emozionale e senso drammatico alla presenza fisica del personaggio.
Il racconto si dipana così con la giusta climax drammatica, il pubblico viene avvolto dal racconto, partecipa al sentire dei cinque derelitti, è «toccato» dall'inevitabile tragedia finale. C'è un senso di umanità vera, che sorregge e dà spessore al lavoro e che arriva a emozionare e coinvolgere: qualcosa di rarissimo, per questa danza contemporanea nostrana fortemente cerebrale. Ma proprio per questo benvenuto e ancor più apprezzato.
(21 dicembre 2006)
di silvia poletti
(15:04 - 21 dic 2006)
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