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04:07 - giovedì 24 maggio 2012


Il mio amico Baggio


Roberto Baggio e Brescia possono anche essere due concetti inscindibili. È stato infatti proprio a Brescia che il «Divin Codino», il «Piccolo Principe», forse il più amato fra i numeri 10 della storia del calcio italiano, ha chiuso la sua folgorante carriera. Ma cosa c'entra l'ex pallone d'oro con questo spettacolo scritto e diretto da Cesare Lievi, che lo cita addirittura nel titolo? Fatta piazza pulita dell'idea peregrina di scrivere una biografia pallonara, il nome di Baggio c'entra più che per la classe di un calcio fatto d'invenzione, d'intelligenza e di talento indiscutibili, per le sconfitte e gli errori sportivi, per le difficoltà della vita che non sono mai mancati al Baggio della nazionale e delle squadre in cui ha giocato.

E allora è proprio qui, in questa città lombarda che conosce una forte immigrazione extraeuropea, di grande ricchezza, di forte dislivello sociale, che Lievi ambienta il suo testo-spettacolo nato dall'innamoramento per la musica popolare brasiliana e da un laboratorio durato quattro settimane da cui il regista ha preso alcuni dei giovani attori che partecipano a questo lavoro.

Il mio amico Baggio è la storia di un viaggio, che spinge due brasiliani del sertão, della campagna, a cercarsi un futuro migliore in Italia: un viaggio all'incontrario rispetto a quello dei nostri emigranti molti anni fa. Arrivano a Brescia anche perché tutti portano nel cuore, ovviamente in un modo diverso dal nostro, quel rigore che proprio Baggio sbagliò a Palo Alto giocando contro il Brasile, diventando anche là un simbolo di grazia e di sfortuna. E nel sertão i simboli sono miti duri a morire. La «storia bresciana» di Gustavo e Denniel non sarà però quella che hanno sognato: difficile trovare una casa, un lavoro, avere il permesso di soggiorno, non parliamo poi della cittadinanza. Ce la racconta, maternamente, Giuseppina Turra mentre i due brasiliani, nel ruolo di se stessi, cantano, accompagnandosi alla chitarra, tristi, malinconiche canzoni piene di rimpianto e di sentimento, così diverse dalla sofisticata bossa nova delle grandi città.

Nella scena che rappresenta uno spaccato di strada, di casa, di città (di Josef Frommwieser), assistiamo dunque alla ricerca umiliante della sopravvivenza, dei lavori alternativi, all'incontro con ambigui personaggi, all'attesa surreale di un provino in mezzo a una folla di piccoli disperati che inseguono l'apparire in televisione come il culmine della propria vita, la possibilità di rivalsa più forte, il riscatto dalla sfortuna. Ma alla fine, dopo tante promesse, Gustavo e Denniel se ne torneranno malinconicamente a casa : anche loro, come ribadisce il rigore mancato di Baggio, più volte presentato come una specie di siparietto-tormentone attraverso il filmato Rai, hanno fallito e ne subiscono tutto il dolore e il disincanto.

Il mio amico Baggio di Cesare Lievi è dunque una storia di gente, di città, di popoli, di difficoltà di capirsi e di accettarsi, che a qualcuno può anche apparire non teatro, e che invece è costruita, pur con qualche ingenuità, senza prefissarsi di stupire o di fare facile sociologia, senza orpelli e con una certa secchezza, come si addice a una storia civile, semplicemente quotidiana.

(12 dicembre 2006)

di maria grazia gregori

(15:12 - 12 dic 2006)



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