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08:36 - domenica 01 agosto 2010


Lunga giornata verso la notte


Un covo di vipere, una sonata di fantasmi. Facendo, prima di essere distrutto dal Parkinson, i conti con la sua vita e soprattutto con la sua famiglia e i suoi morti, l'immenso Eugène O'Neill scrive nel 1950 il suo ultimo capolavoro, Lunga giornata verso la notte: ma il testo, per suo volere, resta inedito e viene rappresentato postumo, per la prima volta, a Stoccolma.

Qui, in un denso girotondo di dolore, sopraffazione, malattia, droghe, alcool, O'Neill racconta quella lunghissima notte del 1912 che scopre tutte le carte, del resto risapute, della famiglia Tyrone: il padre attore popolare che ha gettato il suo talento impigrendosi in spettacoli commerciali, avaro e ubriacone; la madre morfinomane inchiodata alla dipendenza per colpa di un medico che le ha prescritto la droga con leggerezza per lenire il dolore artritico alle mani (in realtà la madre era morfinomane ma per via di un cancro al seno); il fratello alcolizzato che è entrato in una spirale irrefrenabile di distruzione.
E poi c'è lui, Edmund, ormai tubercolotico per la vita che ha condotto facendo la fame, all'avventura fra navi, porti e puttane, che proprio quando gli si rivela il proprio talento naturale per la scrittura, deve entrare in sanatorio per cercare di sopravvivere, ma il padre non vuole tirare fuori i soldi e vuole mandarlo in un ospedale di carità. La giornata del titolo li vede nella casa di campagna del Connecticut fra siepi da tagliare, cameriere avventizie, e una nebbia che circonda tutto come un'ovatta minacciosa: proprio quella nebbia come simbolo di spaesamento, di impossibilità di vedere e dunque di capire, di mistero da sempre uno dei «personaggi» chiave nei testi di O'Neill.

La giornata in questione è davvero un lungo viaggio, come dice letteralmente il titolo originale, nella notte sentimentale, nelle colpe, negli odi dei personaggi: una seduta psicoanalitica che si traveste di reciproche accuse, di amore disperato, fra bicchieri di whisky sorseggiati di continuo o addirittura tracannati. E il mattino che verrà non porterà pace, non toglierà la tensione: solo renderà le cose ineluttabilmente più chiare, rinchiudendo definitivamente i personaggi nel bozzolo delle loro tragiche esistenze.
Di fronte a questo testo addirittura fluviale, così carico di tensione e drammaticamente forte, così inquietantemente attuale pur con tutte le limitazioni del caso, il regista Carmelo Rifici ha modo di dispiegare con una forza rappresentativa notevole il suo indubbio talento. E nel piccolo spazio del palcoscenico del Teatro Filodrammatici, di cui va lodato il coraggio, monta questa cattedrale dell'incomprensione dell'amore e dell'odio costruendo una casa idealmente a specchi, che in realtà sono ritratti di personaggi teatrali, forse di familiari: un arsenale delle apparizioni muto e soffocante che incombe come un'ossessione sui personaggi.

Usando la traduzione e l'adattamento «a togliere» di Sonia Antinori, solo qua è là un po' troppo contemporanei, Rifici guida con grande sicurezza gli attori verso un risultato notevole, salutato dai lunghi e convinti applausi del pubblico. Gli interpreti, tutti da lodare, si muovono dunque guidati da una regia che mescola due piani drammaturgici: quello realistico, che è così connaturato alla storia da renderla quasi iperrealistica, e quello onirico, quasi simbolico, entrambi tipici di questo autore aureolato dal Nobel. A venire in primo piano, dunque, è quella inquietante linea d'ombra che rende affascinanti i personaggi, quel loro passare sostanzialmente indenni da una chiave all'altra.
In questo gioco che, fuori di retorica, è veramente un gioco al massacro, spicca la madre, interpretata con sensibilità e forza dalla brava Claudia Giannotti, ma hanno anche modo di affermarsi il padre gretto ma come segnato da una pena segreta di Marco Balbi, il giovane talento di Emiliano Masala nel difficilissimo ruolo di Edmund, l'inquieto, triste Jamie, di Nicola Stravalaci, la petulanza della camerierina di Francesca Minutoli. Una bella occasione di teatro, tre ore di colpi di scena e di emozioni angosciose, una tensione formidabile. Da non perdere.

(11 gennaio 2007)

di maria grazia gregori

(15:02 - 11 gen 2007)



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