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08:13 - domenica 01 agosto 2010


L'assoluto naturale

Chi pensava più a L'assoluto naturale, questo breve testo di Goffredo Parise del 1963, che forse non è neppure un vero copione teatrale, dotato cioè di un pieno e autonomo spessore drammatico, ma piuttosto un arguto dialoghetto paradossale, una sorta di stralunato contrasto naturalistico o filosofico tra un uomo e una donna sull'essenza dell'amore e sul rapporto tra istinto e ragione nel legame sessuale: lui, nell'emblematica relazione di coppia che li coinvolge, si sforza di cercare l'emozione, la poesia, la metafora, lei a poco a poco gli impone la priorità della sua pura esigenza di possesso fisiologico fino al punto di distruggerlo.

La buffa disquisizione, costruita in uno stile scarno e impassibile che fa il verso all'oggettività del linguaggio scientifico, tende a equiparare, appunto, i comportamenti umani in materia di riproduzione e di richiami erotici a quelli degli insetti. La vicenda è scandita dalle varie fasi di una normale vita a due, la seduzione, l'unione, la crisi, l'avvento dell'«altro» e infine la cinica eliminazione del soggetto iniziale che non vuole sottomettersi: ma il tema centrale è il gelido predominio darwiniano che - in assenza di scrupoli affettivi - la femmina della specie conquista sul maschio, osservato con l'occhio di un ideale entomologo.

Di questa bizzarra e inquietante «operetta morale» - che nel suo falso rigore dimostrativo non sarebbe probabilmente dispiaciuta a Strindberg - si ricorda una messinscena del '68 firmata da Franco Enriquez, con Valeria Moriconi e Renzo Montagnani, poi una di Federico Tiezzi con Sabina Guzzanti. Ma è un testo che è rimasto sempre marginale, messo in disparte dalle innumerevoli variazioni sulla precarietà dell'istituzione matrimoniale che sono proliferate in quegli anni: però l'obiettivo di Parise non sembra tanto l'analisi di costume, quanto un'acre parodia dell'inadeguatezza in sé dei nostri sentimenti, o del linguaggio che vorrebbe dare loro forma.

Non è dunque fuori luogo l'idea di Carla Chiarelli e Fabrizio Parenti - marito e moglie anche nella realtà - di riprendere e assimilare per così dire sulla propria pelle questa insolita pièce che anche per l'autore fu un perfido esercizio di pessimismo autobiografico. Eliminato il coro delle vecchie, ridotto il terzo incomodo a un docile automa stilizzato, i due attori ambientano l'azione su un incongruo praticello artificiale, infondendo ai personaggi una petulanza infantile, vagamente burattinesca. Il risultato è abbastanza esile ma sottilmente divertente, animato da una comicità lucida, allibita, di matrice totalmente letteraria.

(12 febbraio 2007)

di renato palazzi

(19:54 - 12 feb 2007)



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