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23:09 - mercoledì 08 febbraio 2012


Processo a Dio

Va in scena la Shoah con un titolo di forte impatto, Processo a Dio, che rispecchia i tanti processi che gli ebrei, soprattutto del ramo askenazita, facevano al loro Dio, per chiedergli ragione di come avesse potuto permettere un orrore così grande come i campi di sterminio e l'Olocausto. A scrivere questo testo è un drammaturgo fiorentino di trent'anni, Stefano Massini, che il pubblico conosce anche per l'interessante La gabbia. Figlia di notaio in cui rileggeva la tragedia del terrorismo all'interno del rapporto madre-figlia e che prossimamente presenterà al Fabbricone di Prato (dal 13 al 25 febbraio. N.d.T.) anche in veste di regista L'odore assordante del bianco, in cui si raccontano i rapporti fra Vincent Van Gogh e suo fratello Theo.

Processo a Dio è un testo di forte impatto e di indubbia dignità civile, che ci dimostra come non sia necessario essere ebrei (non lo è infatti l'autore come non lo è buona parte del pubblico che ogni volta affolla i teatri in cui si recita e che alla fine si lascia andare a un applauso liberatorio. Perché è chiaro a tutti come l'ombra del male possa svegliarsi in ogni individuo. Chi, coraggiosamente, si fa maschera e megafono di queste riflessioni è un'attrice popolare come Ottavia Piccolo, un regista sensibile come Sergio Fantoni e un ensemble votato alla drammaturgia di oggi come la compagnia La Contemporanea.
Siamo nel padiglione 41 del campo di sterminio nazista di Maidanek, nella primavera del 1945. Qui un'umanità che ha vissuto l'orrore della Shoah ed è riuscita a sopravvivere, cerca di dare e di darsi delle risposte sull'orrore che ha attraversato e, sotto la guida di una famosa ex attrice ebrea, Elga Frish che lì è stata internata, con il contributo di alcuni vecchi saggi di Francoforte istituisce un processo contro il sanguinario capo del campo. Un processo che ruota attorno a cinque domande che sono veri e propri capi d'accusa, rivolti a Dio, al quale si chiede come abbia potuto permettere un orrore così grande, con le stesse modalità con le quali lo si chiede all'uomo che si è sentito a sua volta simbolo di un potere di vita e di morte quasi «divino» nei confronti delle sue vittime, ridotte a cenere fra inenarrabili crudeltà e torture.

Un'immersione totale nel dolore e nella violenza, nell'orrore che cancella qualsiasi pietà di cui, alla fine, il gerarca nazista dovrà dare conto. Un racconto immaginario su personaggi non veri ma assai vero perché tutto è realmente accaduto. E vere sono anche le parole pesanti come pietre che Massini mette in bocca ai suoi personaggi.
Ottavia Piccolo, attrice che ha fatto della realtà - anche la più crudele e la più difficile - la sua bandiera, interpreta Elga Frish con un'immedesimazione, una forza straordinaria. Con i capelli quasi rasati e grigi, infagottata in poveri abiti, arriva al cuore e alla mente, alle coscienze degli spettatori, portando prove inconfutabili e terribili dell'atrocità elevata a sistema di vita (o di morte in questo caso). Uno spettacolo di forte incisività che la regia di Fantoni non precipita mai nel Grand Guignol, da vedere.

(5 febbraio 2007)

di maria grazia gregori

(12:59 - 05 feb 2007)



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