L'intenso spettacolo che la compagnia Cerchio di gesso di Foggia dedica ai suoi conterranei Sacco e Vanzetti è un bel caso di teatro civile modernamente inteso, senza gli appiattimenti della «narrazione» o gli appesantimenti di una scrupolosa pretesa didascalica: il testo curato, da Michele Santeramo e allestito da Simona Gonella, vuole infatti evocare non tanto un'esaustiva ricostruzione degli avvenimenti storici, che almeno a grandi linee sono dati per scontati, quanto una sorta di rito della memoria dove l'esecuzione dei due sindacalisti, i loro sentimenti e il contesto in cui tutto accade appaiono come sospesi in una onirica ciclicità.
Quando lo spettacolo inizia, il dramma si è già compiuto, ma ancora si sta compiendo e chissà quante volte tornerà a compiersi nella coscienza febbrile dei protagonisti, condannati a riviverlo come spettri inquieti. Fissati in una fedele iconografia d'epoca, i due ci appaiono stagliati su delle piccole pedane, seduti sulle poltroncine di legno di un vecchio cinema, sinistra metafora della sedia elettrica su cui avverrà la loro fine, e dalle quali non potranno mai spostarsi. Sul pavimento tutt'attorno, emblematici festoni di lampadine suggeriscono l'idea di una liturgia religiosa, ma anche di una sagra di paese o di un ambiguo teatro nel teatro.
Ovviamente, nel serrato copione non mancano i riferimenti ai passaggi processuali, le inverosimili testimonianze su cui poggiava l'accusa, le anomalie procedurali - come l'assenza di un traduttore - o il mancato accoglimento dei loro legittimi ricorsi. Ma sembrano echi lontani, rassegnati: non a caso il titolo, Sacco e Vanzetti loro malgrado, pare volerne sottolineare il ruolo di vittime passive, travolte da un meccanismo incontrollabile. A risaltare sono soprattutto i ricordi, le sensazioni, le speranze e i cedimenti dei due personaggi principali, i loro legami famigliari: è questa trama interiore che qui viene portata in primo piano.
Ai protagonisti, ottimamente interpretati da Michele Sinisi e Ippolito Chiarello, si aggiungono due figure di contorno, Christian Di Domenico e Angela Iurilli, che sono al tempo stesso inquisitori, carnefici, officianti di un truce cerimoniale di morte: tocca a loro dare voce ai sommari giudizi, agli umori xenofobi, ai dubbi e alle paure dell'opinione pubblica americana. E all'uomo è affidato il momento più agghiacciante - la lettura della sentenza con la bocca piena di cibo che schizza da ogni parte - di uno spettacolo per il resto molto asciutto, che tanto più coinvolge quanto più è costruito con mano discreta, senza eccessi emotivi.
(6 febbraio 2007)
di renato palazzi
(12:58 - 06 feb 2007)
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30/06/2011
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Povera gente
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