Con un singolare accostamento, Paolo Mazzarelli - giovane attore di talento, milanese ma ormai di stanza al CSS di Udine - incastra l'uno nell'altro i testi di due autori fra loro lontanissimi per epoca, stile e materie trattate, Heiner M&uulm;ller e Vladimir Majakovskij: del primo si rappresenta un monologo teatrale, Ouverture russa, primo «capitolo» del dramma La strada dei panzer, del secondo una serie di versi da Amo, Lettera al compagno Kastrov, Nuvola in calzoni e altri scoppiettanti poemetti. Il primo è un'evocazione degli orrori della guerra, il secondo un incalzante, accorato, personalissimo e spudoratissimo canto d'amore.
Ma soprattutto lo spettacolo affianca un drammaturgo fra i più rappresentati, i più studiati, i più citati degli ultimi anni e un poeta di cui ormai si parla poco, come se fosse stato tacitamente messo da parte: che fine ha fatto Majakovskij? Fino a non molto tempo fa era una figura di culto per le generazioni del Sessantotto e dintorni, che si riconoscevano quasi naturalmente nelle sue pièce satiriche, nelle sue liriche accese, nei suoi coloratissimi manifesti rivoluzionari, e anche nel suo destino di romantico suicida, condannato a non riuscire a oltrepassare «gli scogli della vita quotidiana». Oggi i giovani avranno mai altre occasioni di ascoltarne le parole?
Solo in scena, Mazzarelli si cala nei panni del comandante sovietico che M&uulm;ller - ispirandosi a un romanzo di Alexandr Bek - ha colto in un momento cruciale della guerra contro l'esercito nazista, mentre si interroga su cosa fare di un soldato disertore che si è ferito apposta una mano per sfuggire ai combattimenti: a metà dell'azione inserisce, come un intermezzo allucinato, le incalzanti costruzioni verbali di Majakovskij, attribuendole al soldato che in attesa della propria sorte ripercorre dentro di sé le passioni di un'intera esistenza. E poi torna alla lucida dialettica m&uulm;lleriana, il cui epilogo non può essere che un'ineluttabile scelta di morte.
Che dire dell'operazione? Mazzarelli è bravo, efficace soprattutto nell'inventarsi una gestualità non banale. Certi segni della sua messinscena - i cambi di cappotto, le rose sulla porta - hanno una loro livida evidenza. La coesistenza tra i due autori appare però forzata, stridente specialmente nelle opposte sfere linguistiche, l'una scabra, tagliente, l'altra sfrenatamente immaginifica: non sono solo diversi, ma proprio inconciliabili. Dal punto di vista della compattezza strutturale, verrebbe da suggerire di puntare unicamente su M&uulm;ller. Ma in quanto a suggestione poetica, meglio lasciar perdere tutto il resto, e tenersi mille volte Majakovskij.
(5 marzo 2007)
di renato palazzi
(19:44 - 05 mar 2007)
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