Nella mia vita è capitato di vedere molte Salome, in tutte le salse, epilettiche o stoccafisse, giunoniche o bambinacce anoressiche, afasiche e afatiche, ma mai una come Nadja Michael così felicemente dentro la parte, sia dal punto di vista di aderenza fisica che di resa drammatica.
Un'ora e quaranta di presenza scenica e vocale che ha suscitato l'entusiasmo del pubblico, una danza dei sette veli davvero ammaliante tra spaccate, piroette e avvolgimenti sensualissimi in veli multicolori di fronte all'ofidizzato Erode. Forse la giovane cantante in futuro saprà meglio dosare la voce che possiede, che è tanta, ma talvolta fuori controllo, con acuti che sono urla, mentre è a proprio agio nei medi.
Bravo anche scenicamente l'Erode di Peter Bronder, nevrotico, infantile e crudele, mentre Iris Vermilllon perdeva ingiustamente l'autorità crudele che è del ruolo nel ridicolo di un'acconciatura cartoonesca. Bravissimo e applauditissimo l'aitante Joachaam, in arte Falk Struckmann, così come a posto tutti gli altri. E di tutti incondizionatamente bisogna lodare la recitazione, di perfetta adesione, il che nell'opera non accade sempre.
È una regia collaudatissima questa di Luc Bondy, che viene da Salisburgo e bene ha fatto Lissner a volerla riproporre alla Scala, a dimostrazione di come un regista intelligente riesca a restituire tutte le morbosità decadentistiche anche riducendo gli elementi scenici a pochi segni e giochi di luci.
La scena sembra l'ingresso di un garage: a destra un ampio ingresso quadrato molto illuminato, a sinistra una finestra chiusa, da cui traspare una luna piena, necessaria perché è anche nel testo; al centro un rialzo in muratura indica che sotto c'è la prigione-botola del messia. E tutto avviene qui, in questo hangar cupo e acronico, con costumi che traversano varie epoche, comunque belli. La magia torbida e inquietante della Salome - che perde la coloratura ironica del testo wildiano nel predominio musicale di Strauss ma guadagna vitalità e sensualità nella stupefacente iridescenza e virtuosismo della sua orchestra - mantiene tutta la sua forza in questa regia da aria depressa, grazie anche alla veemenza tutta giovanile di Daniel Harding. Veemenza però eccessiva, incauta, perché spesso, pur salvando l'insieme, non tiene conto del disegno raffinato di una partitura che ha sottigliezze e tournure su cui il maestro corre molto via.
di piero gelli
(13:03 - 12 mar 2007)
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