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04:15 - giovedì 24 maggio 2012


Grand Guignol

C'è un piccolo spettacolo-evento che si aggira per i festival italiani. È Grand Guignol, diretto con folle eresia dal giovanissimo Massimiliano Civica. Folle, perché assolutamente spiazzante, in controtendenza rispetto a mode e successi del momento. Visto al Festival di Santarcangelo, dove abbondano superficiali dissacrazioni e altrettanto leggere evocazioni, tecnologie e massmediologie, Grand Guignol esplode per la lineare semplicità e la compattezza stilistica, per l'intelligenza registica e la capacità interpretativa.

Lo spettacolo è un viaggio - assolutamente arbitrario - nella vasta produzione teatrale dell'unica compagnia italiana operante agli inizi del secolo scorso nel cosiddetto teatro grandguignolesco, la Compagnia Sainati, fondata da Alfredo Sainati e dalla moglie Bella Starace. Sainati ha lasciato numerosi testi, tratti dal grande repertorio francese di genere, al quale il Massimiliano Civica ha attinto, estrapolando tre storie, fosche vicende di donne vittime e carnefici.

Il lavoro, però, fa piazza pulita di tutte le tipiche enfasi morbose, oggi diremmo «pulp», e affida anzi a quattro attori uomini il compito di riportare - con freddezza assoluta che rasenta il distacco - solo la scarna vicenda, la struttura dialogica che enuclea e mostra le storie amare delle povere ragazze protagoniste de L'Artiglio, Passa la ronda e Il ritorno.
Vicende morbose, si diceva: come quella della moglie che lascia morire in un incidente domestico il marito che la opprimeva, o quella della povera carcerata che si dà per amore alla guardia ma poi viene da questi uccisa; o, infine, quella della moglie impazzita che ancora aspetta il ritorno del marito morto. Quel che importa, qui, è la scelta per una emblematica scarnificazione, per l'essenzialità, a favore di una presenza monolitica e fortissima dell'attore.

Algido ma coinvolgente, statico ma divertente, classico ma assolutamente contemporaneo, questo Grand Guignol di Massimiliano Civica conferma l'adamantina analisi che il regista persegue da tempo: una riflessione sul teatro e sui suoi meccanismi, sull'arte attorale e sulla possibilità di una regia critica che - pur tenendo conto delle vette raggiunte sin qui da alcuni indiscussi Maestri - riesca ad aprire a nuovi orizzonti.

Ovviamente Gran Guignol non esisterebbe senza la calzante presenza dei quattro giovani interpreti. Vestiti con abiti quotidiani, senza eccentricità o ammiccamenti, provenienti da scuole e formazioni diverse e non convenzionali, i quattro tengono di filato il ritmo di un lavoro certo non facile: Andrea Cosentino, Mirko Feliziani, Antonio Tagliarini, Daniele Timpano entrano ed escono dalle storie che «raccontano» - o meglio «mostrano» - alternandosi l'uno all'altro a seconda della vicenda e della situazione o sedendosi e aspettando, in un angolo, il proprio «turno». Non c'è nulla, allora, in Grand Guignol, se non del buon teatro. Resta da chiedersi, semmai, perché il Festival di Santarcangelo abbia voluto penalizzare lo spettacolo decentrandolo nella pur bellissima Villa Torlonia di San Mauro Pascoli: spazio suggestivo, certo, ma forse troppo ampio e dispersivo per un lavoro che richiede l'attenzione e la cura che merita tutto ciò che è sapientemente raffinato.

(12 luglio 2004)


di andrea porcheddu

(13:17 - 12 lug 2004)



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