Con applausi fragorosi durati più di venti minuti si è chiusa la "vigilia", Das Rheingold, del Ring wagneriano, che il Maggio Musicale Fiorentino, in collaborazione con il Palau de les Arts "Reina Sofia" di Valencia ha programmato in tre anni.
Quest’anno vedremo dopo questo, Die Walküre, e l’anno prossimo Sigfried, per chiudere nel 2009 con la Götterdamnerung. Si diceva degli applausi del pubblico fiorentino, accresciuti d’intensità quando il maestro Zubin Mehta, con un gran coup-de-thèatre, è venuto alla ribalta con tutta l’orchestra. Certo ha contribuito al successo anche la messa in scena, ricchissima di trovate, dell’ensemble catalano La Fura dels Baus, e in particolare l’ultima scena, una rete umana di acrobati che avvolge gli dei colpevoli.
Un Rheingold, dunque, molto hi-tech, molto fanta, molto computer, con proiezioni, su uno sfondo inquietissimo e sempre in movimento, di cellule e spermatozoi, di un feto dorato, e di un anello d’oro che circonda il globo terrestre e via di seguito. E sul palco, le ondine cantano e nuotano sott’acqua in tre piscine cubiche, i giganti, Fasolt e Fafner sono robottizzati; gli dei, Wotan in testa, un po’ sono appiedati, un po’ si muovono su delle gru, che li alzano e abbassano guidate da figuranti, e Loge in luce rossa ruota come un folletto-cartoon su un monopattino elettrico. Impossibile riferire il continuo susseguirsi di scene e di luci, di trovate che animano questa prima antigiornata nibelungica, come quella bellissima dell’oro del Reno formato da corpi umani in calzamaglia bronzea.
Alla fine, uscendo, ho incontrato Nicola Piovani, a cui ho esternato la mia ammirazione. Piovani, pur ammirato, ha mosso qualche riserva, che ho subito condiviso: l’eccesso di inventiva in qualche modo fa passare in secondo piano la musica, la rende talvolta contorno, come se fosse la colonna musicale di un film. È un po’ vero. Vedremo domani (sto scrivendo che è venerdì mattina) con Die Walküre, più dramma "di conflitti sentimentali", quindi con meno artifici da esibire (a parte la cavalcata e il fuoco dentro cui protetta dormirà Brünnhilde), se l’impressione continuerà. È indubbio comunque che - anche ricordando il mio primo Ring, nel
Grazie anche alla direzione di Zubin Mehta, che ha scelto una leggerezza antiteutonica, una fluidità adamantina di tutta l’orchestra, una cantabilità cristallina che era in perfetta sintonia con la vocalità degli interpreti, tutti o quasi tutti giovani, e tutti molto "leggeri", poco wagneriani; a partire da Wotan, il finnico Juha Uusitalo, dalla voce bella e nitida, forse priva di quella drammaticità che il vero protagonista delle tetralogia nonché l’artefice di tutti guai dovrebbe avere.
Molto gradevole inoltre per agilità e raffinatezza di timbro il Loge di John Daszak; più imponente e classica la voce invece di Catherine Wyn Rogers, nel breve ma importante cammeo che la riguarda, come Erda.
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di piero gelli
(18:12 - 18 giu 2007)
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