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04:18 - giovedì 24 maggio 2012


Die Walküre al Maggio


Sabato notte 17 giugno, dopo Die Walküre. L’impressione della vigilia, di un Ring memorabile, si conferma con una prima giornata appena conclusa da applausi scroscianti di un pubblico per niente provato dalle cinque ore e dieci di spettacolo, intervalli inclusi.

Rispetto al Rheingold, la messa in scena della Fura del Baus è parsa meno invadente in questa Walküre, soprattutto nei primi due atti, perfino troppo ascetici nella staticità che li contraddistingue. Nel primo, dedicato all’amore di Sigmund e Sieglinde, un frassino hi-tech coloratissimo e ruotante come una giostra contrasta con una scena oscura e poverissima, la casa-tana di Hunding: delle ossa spolpate di animali, un focolare semispento e dentro Sieglinde, che come una bestia si muove, a quattro zampe ed ha una corda al collo: si solleverà soltanto quando scoprirà l’amore per il fratello Siegmund e insieme fuggiranno.

Vale la pena di segnalare qui la splendida prova sostenuta dal terzetto di cantanti: Peter Seiffert era nel ruolo di Siegmund, splendido per vocalità e drammaticità; Petra Maria Schnitzer ha disegnato con passione una Sieglinde derelitta e redenta riuscendo a conservare il ruolo di vera star fino alla fine, soffiandolo, si può dire, alla Brünnhilde di Jennifer Wilson, davvero un po’ incolore e sottotono.

Nel secondo atto, ritorna la scena centrale della vigilia e nei due interminabili dialoghi di Wotan con Fricka, una vera diatriba familiar-borghese e di Wotan con Brünnhilde sullo sfondo proiezioni di scene salienti del Rheingold, poiché il dio padre racconta gli eventi passati alla figlia e a noi spettatori.

Ma la visionarietà fantagoyesca del gruppo catalano si rianima nel terzo atto, con una spettacolare cavalcata delle Valchirie su gru che sostituiscono i destrieri, mentre una sorta di enorme cesta, carica di morti seminudi, pendola da un lato all’altro della scena sul fondo.

E ancora, il fuoco che contornerà e difenderà Brünnhilde punita dalla sua dormizione, voluta da Wotan, è un cerchio che scende dall’alto come un sole spento, che poi figuranti terranno inclinato e sollevato: qui verrà distesa la Valchiria.

E quando Wotan invocherà Loge per circondarlo di fiamme, ecco che alla circonferenza i figuranti accenderanno delle fiammelle simile a un grande fornello a gas, mentre tutto intorno esplode di immagini rosse.

E sull’incantesimo del fuoco, che musicalmente si spenge dolcemente in un accordo pianissimo in mi maggiore, Zubin Mehta depone la bacchetta; un attimo sospeso di silenzio, quasi d’incantagione, eppoi gli applausi.

Sì, è vero, lo stupore per questo metà, per ora, Ring filmico, insieme spettacolare e didattico perché tutto è come spiegato in scena, mito e simbolo, non deve far dimenticare che la magia teatrale non avrebbe funzionato, se non ci fosse stato un Mehta così seducente, così attento ad armonizzare le voci e i momenti sinfonici, così maestro nel guidare un’orchestra davvero in stato di grazia.

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di piero gelli

(13:02 - 19 giu 2007)



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