Ricordare Goldoni a trecento anni dalla nascita vuol dire anche provare ad esplorare certe parti della sua produzione che sono meno note o ritenute in qualche modo marginali: attingere, ad esempio, a quel vasto repertorio di operine e intermezzi musicali che l’autore veneziano scrisse sicuramente con mano più agile, ma con non minore impegno rispetto alle commedie principali. E chi avrebbe potuto porre mano a questi materiali, ormai fuori dal gusto attuale, se non le marionette dei Colla, che con la loro vena stralunata e la loro naturale ironia possono concedersi anacronismi che mai sarebbero consentiti a interpreti in carne e ossa?
Dunque Eugenio Monti Colla, in occasione delle celebrazioni goldoniane, ha voluto riprendere questi due rari titoli già affrontati una quindicina d’anni fa su commissione di Macerata Opera: si tratta dell’Aristide, una parodia del Temistocle di Metastasio firmata con lo pseudonimo di Calindo Grolo, acre satira di una classicità improntata a toni aulici ed eroici, su musiche di Vivaldi, e de Il mondo alla roversa, "dramma bernesco" su musiche di Salieri in cui Goldoni, tratteggiando una buffa presa di potere femminile, torna per certi versi a quelle aguzze raffigurazioni della società del suo tempo che tanto gli sono care.
Siamo - è bene dirlo subito - lontanissimi da quell’ambito di sfrenate invenzioni scenotecniche che caratterizzano di solito il linguaggio marionettistico, da quella ridda di mirabolanti "effetti speciali" che costituiscono un’inesauribile fonte di divertimento, ad esempio, nel Giro del mondo in ottanta giorni, la cui riproposta è in programma nelle serate successive: nell’accostarsi ai due libretti, alternando nella colonna sonora registrata le parti recitate e quelle cantate, il regista ha badato soprattutto a valorizzare certe trovate di minuta comicità, certe piccole sottolineature gestuali che ben si accordano con l’amena scrittura in versi di questi testi.
A rendere godibile l’Aristide è in special modo l’esasperazione dei tratti fisici dei personaggi: il protagonista è fornito di un enorme nasone che rende improbabili i suoi tentativi di mascherarsi, la virtuosa moglie è una bionda di mezza età grassoccia e pettoruta, il re Xerse un ciccione assai poco imponente: solo i servi, Arlecchino e Colombina, dimostrano una certa grazia. Il mondo alla roversasi svolge in una Venezia teneramente miniaturizzata, i cui esterni sono popolati di piccioni mentre nei sontuosi interni dei palazzi si aggirano languidi cicisbei e le dame si incipriano e si acconciano davanti agli specchietti di minuscole pettiniere.
di renato palazzi
(12:33 - 07 giu 2007)
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