La nuova proposta cui sta lavorando Davide Enia, Studio # 1, non ha ancora le caratteristiche di uno spettacolo in senso stretto, è un percorso in divenire, un'ipotesi di ricerca, una ricognizione preliminare per soppesare materiali drammaturgici eterogenei e disparati: per ora, il giovane artista siciliano incrocia storie, epoche, linguaggi, mettendo insieme immagini di ordinaria quotidianità con favole popolari vere o reinventate, ragazzini che fanno gare di masturbazioni e giovani principi ferocemente uccisi dai fratelli, virtuosismi narrativi e canti rituali che egli stesso esegue accompagnato dal musicista Giulio Barocchieri.
Enia parte dall'infanzia di tre emblematici fratelli, e si propone di ricostruirne le esistenze fino al realizzarsi dei rispettivi destini, evocando un immenso, ramificato affresco che dovrebbe caricarsi di ulteriori suggestioni religiose, antropologiche, letterarie: nessuno, al momento, può dire dove lo condurrà tutto questo, se a raccogliere i suoi guizzi fantastici in un'unica rappresentazione o a ricavarne un ciclo, un'intera cosmogonia, o magari a farne un film o un romanzo. Certo questo magma visionario incanta anche più di un prodotto finito, colpisce per il suo incontenibile vitalismo, per quella creatività che pare riprodursi da se stessa.
A suscitare fortissime emozioni è soprattutto il senso di malinconia, di dolore, di implicita tragedia che spira su queste storie all'apparenza lievi e trasognate: il tema inquieto dell'adolescenza, della primordiale scoperta del sesso e del devastante potere dei sentimenti si mescola qui con dei taciti ma incombenti presagi di morte, con la percezione della solitudine, della crudeltà del mondo, delle contraddizioni e dei tradimenti della famiglia, investe la precarietà di figure paterne deboli o assenti, o l'arcaica concezione di una maternità che si manifesta soprattutto nel compianto e nello straziante lamento funebre.
E poi Enia è di una intensità e di una bravura dirompenti: recita, canta, riempie prepotentemente la scena con quella sua aria da ragazzino capitato lì per caso. In uno «studio» appena agli inizi, è incredibile la varietà di linguaggi, di stili, di tecniche che riesce ad attraversare. Senza soluzione di continuità, lui passa dalle cadenze del racconto alle nenie e alle melodie dalle risonanze ancestrali alle imprevedibili variazioni ritmiche del cunto, ritornando in un certo senso a quella molteplicità di chiavi espressive diverse che era stata la vera sorpresa di Italia-Brasile 3 a 2, e che si era forse un po' persa nella più compassata linearità di maggio '43.
(9 novembre 2006)
Leggi L'INTERVISTA all'autore dello spettacolo.
di renato palazzi
(17:49 - 26 giu 2007)
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