Non provengono da esperienze maturate nelle strade e nelle piazze, ma escono anzi da un severo istituto di formazione come la Scuola d’Arte Drammatica "Paolo Grassi" i due attori-animatori - Marco Ferro e Valeria Sacco - che formano l’estrosa compagnia teatrale Riserva Canini: e infatti, pur basato su burattini di fattura tradizionalissima, e utilizzati nel totale rispetto delle convenzioni, lo spettacolo presentato da questo piccolo gruppo milanese appare ben lontano dal consueto repertorio popolare, ed è improntato viceversa a una raffinata ricerca drammaturgica e stilistica.
Rispetto al contesto abituale di questo genere di rappresentazioni, i giovani burattinai propongono infatti una serie di significative innovazioni: c’è, in primo luogo, la scelta della musica dal vivo, eseguita da un quartetto collocato proprio sotto la "baracca", che aggiunge alle voci e ai rumori di scena i richiami di un’ulteriore dimensione sonora. C’è l’idea di mescolare alle figurette di legno una mano femminile guantata di nero, che evoca una presenza estranea e misteriosa. C’è l’azione che si sviluppa su un doppio livello, sopra e dentro la minuscola ribalta. E c’è infine una trama per nulla ingenua, ma densa di motivi simbolici e metafisici.
Al centro del canovaccio ci sono infatti due personaggi, Reo e Lucente, ovvero Dio e Lucifero, che danzano spensierati in cima alla baracca: ma Lucente, preso dall’ansia della conoscenza, decide di lasciare il compagno per scendere nel mondo inferiore. Qui, inseguendo una pallina che sembra una riproduzione in miniatura della Terra, si ritrova con due corna da diavolo in testa, alle prese con l’Uomo in lotta con la Morte e con quella mano guantata che guida ogni loro movimento come fosse un ineluttabile destino. Legato, sgomento, si salva solo grazie a Reo, che preso dalla nostalgia arriva a sua volta per riportarselo a casa.
È evidente il riferimento, seppure suggerito con una certa ironia, a quelle antiche messinscene della leggenda di Faust da parte di marionettisti girovaghi che dovettero colpire la fantasia di Goethe: ma lo spettacolo, costruito con elegante leggerezza, si ferma a questa colta citazione, per poi badare soprattutto a mettere a fuoco una propria autonoma cifra espressiva. I burattini, benché sommariamente scolpiti, sono piuttosto affascinanti, l’atmosfera è debitamente sospesa, la materia viene affrontata in modo non banale. Il tutto, in verità, funzionerebbe anche meglio se il progredire della vicenda avesse un andamento un po’ più chiaro.
di renato palazzi
(17:06 - 21 giu 2007)
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