Vecchio problema di chi scrive di teatro per mestiere: come si fa a raccontare uno spettacolo di Alessandro Bergonzoni? Non c'è una trama da riassumere, non c'è un'azione scenica che possa essere comodamente descritta. Tentare di riferire le sue battute più pungenti è probabilmente uno sforzo inutile, perché trasposte sulla pagina non fanno più ridere: anzi, forse fin dall'origine il loro scopo non era quello di far ridere, ma di investire, di destabilizzare lo spettatore, di trascinarlo in un labirinto di significati che strappato al suo contesto, sottratto all'impatto del momento perde immediatamente qualunque ragion d'essere.
Che dire dunque di Predisporsi al micidiale, la nuova proposta con cui il travolgente funambolo della parola torna ad affacciarsi alla ribalta dopo l'inesauribile serie di repliche del fortunato Madornale 33, e alcune altre attività aggiuntive come scrivere film, pubblicare libri, realizzare programmi televisivi? All'apparenza, librarsi senza sosta sul non-senso, addentrarsi nei meandri delle piccole o grandi ambiguità linguistiche, lottare corpo a corpo con le trappole e le minacce della comunicazione verbale può risultare un esercizio alquanto ameno ma limitante, destinato prima o poi a diventare fatalmente ripetitivo.
Invece Bergonzoni non smette di sorprendere i suoi molti, fedeli seguaci con una freschezza inventiva che non conosce crisi né flessioni, e anzi per certi aspetti si rinnova, giacché su un terreno del genere è impossibile star fermi: si rinnova dal punto di vista formale, con l'attore che è sempre più autorevole e convincente nel recitare sul filo del nulla, nel lanciarsi in veementi monologhi o serrati dialoghi con se stesso al centro dei quali c'è il vuoto, o nel prodursi in deliranti saggi canori evocando una presunta, allucinata opera lirica incentrata su un immaginario tenore Orzino e sui suoi sgangherati duetti con un invadente coro giapponese.
Ma si rinnova anche dal punto di vista del tono per così dire interiore, del risvolto metafisico che da sempre caratterizza le sue performance, ma che qui si carica di risonanze ancora più sottili: Bergonzoni certo diverte parlando di pappagalli che dicono Loreto e pappagalli che dicono Assisi, o di pianisti che prendono il coraggio a quattro mani per suonare con altri pianisti: ma quando prescrive a chi ha crisi d'identità la cura del sono, quando ipotizza i domandamenti, cioè comandamenti col dubbio incorporato, per i quali è meglio chiedere conferma, sentiamo che il gioco non è più così rassicurante, che ci sta portando su sentieri oscuri e insidiosi.
(28 ottobre 2004)
di renato palazzi
(16:28 - 26 giu 2007)
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