Medea come un simbolo piuttosto che come un personaggio. Nel bellissimo e per certi aspetti inquietante Studio su Medea messo in scena come una sorta di work in progress da Antonio Latella al Festival delle Colline Torinesi, infatti, Medea non è tanto l'eroina d'Euripide ma il mescolamento di tutte le incrostazioni che da quel celeberrimo ruolo sono nate.
Medea, dunque, come il simbolo della donna ma anche della madre. Medea come protagonista di un'escalation emotiva e psicologica che la riguarda ma che, in qualche modo, la trascende. Medea maga, donna, amante, soprattutto madre, che Latella coglie in tre parti distinte della sua storia: dalla fascinazione erotica e dall'amore per Giasone che nasce dal tradimento e dalla violenza, alla Medea madre- tigre dei propri figli colta nel suo animalesco possederli ed educarli, alla Medea vendicatrice del tradimento amoroso di Giasone che sale al padre Sole non su di un carro alato ma arrampicandosi su di una lunga fune fatta di stracci, portando con sé l'immagine (una marionetta) dei figli che ha ucciso.
Ciò che comunque viene in primo piano nella Medea di Latella è la condizione di violenza nella quale la donna vive, visto che l'uomo vuole rinchiuderla nello stereotipo della moglie-amante-madre, rinnegandone le dignità e costringendola in un universo concentrazionario qui emblematicamente rappresentato da un letto che, fatto e disfatto a vista, nei suoi elementi può trasformarsi in un muro, in un baluardo, in un ring, in un mondo chiuso. Tutta la lotta e la vendetta per certi aspetti incomprensibile di Medea nascono proprio dal bisogno di sfuggire a quel mondo, di rompere quegli schemi aggressivi, usando lo stesso metro: una violenza se possibile elevata all'ennesima potenza che la spinge a uccidere i figli. Tutto ciò avviene azzerando quasi la parola, di cui si conservano solo l'alfabeto e qualche verso in greco o frasi trasformate in incomprensibile borbottio.
In questo spettacolo, che ci pone di fronte a un grado primordiale, quasi ferino, della comunicazione, quello che conta, infatti, è il corpo, colto e rappresentato in ogni sua manifestazione. È il gesto della nudità non solo reale ma anche metaforica quasi una rituale spoliazione nei confronti di ciò che è superfluo che non sia sudore, sangue sia pure virtuale, fatica. Soli oggetti-costumi a rompere questa nudità assoluta, gli elmetti militari per il Giasone di Michele Andrei, uno stolido bestione condotto non tanto per mano quanto «tirato», letteralmente, per il sesso da Medea che alla fine dello spettacolo appare vestito da ufficiale di marina come un Pinkerton della Butterfly; maschere di lattice per i figli, un chimono per Medea.
Ciò che conta passa attraverso i corpi, nella voluta chiave di studio scelta per lo spettacolo, dilatato dalla colonna sonora che mescola, fra l'altro, canzoni anni Trenta, le voci di Jeanne Moreau e Celentano e si impone allo spettatore con forza incredibile.
(26 giugno 2006)
di maria grazia gregori
(19:31 - 26 giu 2006)
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