Ospite, nelle scorse sere, di diversi festival, il gruppo palermitano Sutta scupa (sotto pressione) è la più recente espressione di quel panorama teatrale del nostro Sud che si va rivelando un serbatoio creativo sempre più vivace e prolifico: a testimonianza del fatto che ogni nuova realtà di rilievo nasce sempre in situazioni dove già esiste una precedente molteplicità di proposte, questa formazione cresciuta tra un centro sociale e il ben più istituzionale Teatro Garibaldi tiene conto in qualche modo del percorso di altri artisti conterranei come Davide Enia o Emma Dante, ma parte dalla loro esperienza per accentuarne o esasperarne certi aspetti.
La sfera in cui è più evidente, e anche più dichiarato, l’intento di affermare una propria autonoma impronta è quella della ricerca linguistica: la scrittura di Giuseppe Massa, che con Giuseppe Provinzano è anche interprete dell’omonimo spettacolo, attinge infatti a un dialetto aspro, quasi impenetrabile, volutamente assai più ispido e ritorto delle cadenze ormai tipiche di Enia e della Dante. È una parlata duramente popolare, direttamente recuperata dai vicoli e dai mercati. Ma il taglio stesso della materia slitta da un interesse più prettamente antropologico - la famiglia, i legami con la sacralità - a un acre sguardo sociale e politico.
Al centro di Sutta scupa ci sono due precari in attesa del colloquio di lavoro da cui potrebbe derivare la loro assunzione: guidati da un’impassibile voce femminile che impartisce dissennate norme di comportamento, Giovanni e Vito rievocano i loro trascorsi rispettivamente di ex operaio alla catena di montaggio e di barista maltrattato dal padrone, raccontano amori passati, sognano un futuro diverso, immaginano un’improbabile rapina in banca. Qua e là, impercettibilmente, in quell’impervia costruzione verbale si insinuano citazioni beckettiane, soprattutto da Aspettando Godot, ma anche da L’ ultimo nastro di Krapp o da Giorni felici.
Le specifiche qualità della messinscena prescindono però dai contenuti del testo, e passano semmai da uno stile totalmente spoglio, dalla rinuncia a qualunque orpello visivo, dall’inusitata carica di violenza. Come si vede anche da un nuovo "studio" su Sacco e Vanzetti, il tratto peculiare del gruppo è il segno forte, estremo, spinto quasi a una furia trattenuta che si manifesta prevalentemente per via indiretta, nei suoni, nei gesti: le carte da gioco ritmicamente sbattute sul tavolino, il pallone calciato con rabbia contro il muro, gli scontri fisici tra i due, che sembrano un gioco, ma potrebbero degenerare in una lotta per la vita.
di renato palazzi
(14:54 - 27 giu 2007)
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