Lo spettacolo più insolito e curioso di questo inizio dell’estate proviene a sorpresa dal Libano, ed è stato proposto al Festival delle Colline Torinesi: si intitola Who’s afraid of representation? È opera di un autore-attore-regista quarantenne, Rabih Mroué, che ne è anche interprete accanto all’arguta Lina Saneh: vi si parla ovviamente del Libano, della guerra civile, di Israele, ma non siamo di fronte a una forma di teatro politico, né tanto meno a un qualche tipo di espressione etnica: il bizzarro canovaccio è piuttosto una riflessione sui rapporti fra vita e immaginazione creativa, filtrata attraverso l’esperienza storica della body-art.
Nel suo taglio rigorosamente minimalista, il lavoro non prevede una vera costruzione teatrale: i due, con addosso i vestiti di ogni giorno, entrano in scena con atteggiamento dimesso, siedono a disadorni tavolini e si scambiano accordi sullo svolgimento di uno strano gioco: lei, pescando a caso dalle pagine di un libro, sceglie dei resoconti delle azioni di artisti noti e meno noti, poi si sposta dietro uno schermo che la fa apparire come un’immagine digitale, e li espone in tono impassibile badando a non superare un tempo stabilito, che di norma è di pochi secondi. A intervalli, anche lui va a recitare la sua parte, ma restando davanti allo schermo.
La donna, con distaccata ironia, evoca mitiche performance per lo più realizzate negli anni Sessanta e Settanta, i cui ideatori si mortificavano e tormentavano in qualunque modo il corpo, tagliandosi, ferendosi, graffiandosi, facendosi pisciare addosso, inghiottendo frammenti di vetro, cospargendosi di escrementi, piantandosi fiori nella carne, affettandosi gli organi sessuali. L‘uomo, viceversa, racconta un autentico episodio di cronaca nera avvenuto a Beirut qualche anno fa, l’improvviso impulso di follia di un impiegato che una mattina va in ufficio armato fino ai denti, e uccide o ferisce una decina di colleghi.
Il senso della pièce si articola sul confronto fra queste due sfere parallele: per un po’ sembra che i gesti sanguinosi degli artisti suggeriscano una sofferenza vana, artificiosa, mentre l’atto dello sparatore ha un sentore di morte atrocemente concreto. Ma costui prova ad attribuirne le cause a ragioni finanziarie, poi religiose, poi a disturbi nervosi, e anche il crimine, in quella ridda di motivazioni, si svuota, perde consistenza come i corpi degli attori, che grazie a un bell’effetto tecnologico restano pure ombre impresse sullo schermo. Fra due opposte fughe dalla realtà, forse l’unica verità è il dolore di un Paese ancora prigioniero delle proprie lacerazioni.
di renato palazzi
(18:43 - 19 giu 2007)
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