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04:23 - giovedì 24 maggio 2012


Ecce robot!


Fra i personaggi di cui credo che sentiremo parlare sempre più spesso in un prossimo futuro c’è probabilmente il trentunenne Daniele Timpano, una presenza anomala, bizzarra, finora nota soprattutto al pubblico di certi festival. Già tentare di trovare una precisa definizione per Timpano è un’impresa complicata, perché non è propriamente un attore, non è un narratore in senso stretto, non è un performer: a vederlo così, lo si direbbe uno come tanti, senza particolari qualità tecniche o doti innate, un tipo strambo che non esita a portare in scena i propri pregi e i propri difetti, e intorno ad essi va costruendo un suo personale modello di teatro.

La prima volta che l’ho visto è stato l’estate scorsa quando presentava Dux in scatola, uno spettacolo dal taglio fortemente grottesco, ambiguo, politicamente scorretto, sulle vicissitudini del cadavere di Mussolini, e non mi aveva convinto molto. Ultimamente l’ho rivisto in questo suo nuovo lavoro, Ecce robot!, presentato al festival Inequilibrio di Castiglioncello, e mi ha convinto un po’ di più, ma fino a un certo punto. Però mi sono detto che se qualcuno per ben due volte continua a non piacermi troppo, e tuttavia sento il bisogno di parlarne, deve avere qualcosa di speciale, e su questo vale la pena di riflettere.

Tutto sommato, credo che Timpano abbia il dono della sgradevolezza, che dal punto di vista teatrale è spesso una ricchezza, non un limite: non so se la sua sgradevolezza sia voluta, ricercata, o piuttosto - come credo - consapevolmente accettata come un tratto naturale, ma sta di fatto che essa ne fa una figura non banale. La sgradevolezza, se così si vuol continuare a chiamarla, riguarda i gesti, le movenze un po’ impacciate e disarmoniche, la recitazione schizzata, ripetitiva, all’apparenza inconcludente. Ma forse riguarda anche la scelta degli argomenti, che hanno qualcosa di provocatorio e vagamente urtante.

Della salma del Duce si è detto, mentre Ecce robot! è un inno ai mostri meccanici dei cartoni animati giapponesi. Si possono amare i cartoni animati giapponesi? Evidentemente sì, almeno per quanto riguarda Timpano e la sua generazione. Ma egli non si limita a rievocare con adesione maniacale intere puntate di Mazinga Zeta: partendo da esse si interroga sui comportamenti dei genitori laici e democratici che le avversavano, poi dei genitori in genere, e dei suoi genitori in particolare. Nella buffa trattazione si insinuano acri umori autobiografici, ribolle un’intelligenza aguzza che penetra come una trivella nella sensibilità dello spettatore.

di renato palazzi

(12:06 - 12 lug 2007)



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