È lo scandalo del nostro tempo. Ogni giorno partono voli per il sud-est asiatico, dove facoltosi italiani si dilettano con bambini e bambine. Ogni giorno vengono oscurati siti Internet dove materiali fotografici, video, racconti tracciano resoconti fedeli di deliri sessuali. Ogni giorno rapimenti, abusi, violenze sono specchio di un Paese che sembra tollerare la pedofilia. E mentre alcuni folli si inventano la "giornata dell’amore libero", rivendicando il "diritto" pedofilo, e sempre più prelati vengono scoperti in flagranza di reato, a Rignano Flaminio si consuma l’ennesimo scandalo che vede vittime e testimoni dei bambini, con gli adulti a fare un gioco di parti tra presunte colpevolezze e innocenze.
Insomma, la pedofilia è il tabù, il lato oscuro sempre più palese, che sembra avvolgere senza sosta una società confusa, malata, incapace di amare. Le domande sono le solite: è sempre stato così? È un fenomeno in aumento? È una questione morale? Torna in mente quella bellissima sequenza di La mala educacion, ennesimo capolavoro di Almodovar, in cui un giovanissimo travestito drogato inchioda il prete alle sue responsabilità, dicendo a chiare lettere: i bambini non si toccano. Un individuo socialmente riprovevole accusa un difensore della fede sui peccati commessi. Qual è il limite? Qual è la verità?
Sembra essere partito da qui, Juan Mayorga, giovane autore di punta della drammaturgia castigliana, per scrivere Hamelin, testo in cui racconta con ritmo serrato l’inchiesta per un caso di pedofilia. Opera già multipremiata, Hamelin è stata presentata in prima nazionale a Roma, al bel festival Short Theatre, nella versione proposta dalla regista Manuela Cherubini.
Mayorga, classe 1965, è allievo di Sanchis Sinisterra, ormai maestro indiscusso della drammaturgia spagnola, e in Hamelin sfoggia una scrittura sospesa tra il Brecht dei drammi didattici e il Von Trier di Dogville: con una apertura alle più attuali teorie della ricezione, lo scrittore spagnolo fa del suo testo una sorta di sceneggiatura da film-inchiesta americano. Mantiene saldi i legami con i dettami dell’epica brechtiana, ma non disdegna la "vulgata" offertane dal regista danese. Ecco, allora, una scena spoglia, con scritte in gesso sul pavimento ad indicare arredamenti e spazi; ecco le luci accese in sala; ecco un narratore-didascalista a dare ritmo e indicazioni. Poi riflessioni meta-teatrali, inviti al pubblico affinché immagini - come gli spettatori del Globe per la battaglia di Agincourt - ambienti e situazioni, personaggi e relazioni.
Scandito per scene, Hamelin rimanda alla favola del pifferaio magico, mostrandone tutti gli aspetti cupi e violenti: al centro dell’indagine un giovane magistrato (Mariano Nieddu), alle prese con la sua prima importante inchiesta, che più si addentra nei meandri tortuosi della pedofilia, più mette in crisi i rapporti con la sua famiglia; poi c’è il "pifferaio", l’inquietante possibile pedofilo (ottimo Gabriele Benedetti), che rivendica i suoi diritti e la sua innocenza fino all’ultimo. Dov’è la verità? È autentica la testimonianza del bambino? E i genitori sapevano? Insomma: un filmone, ben scritto, con tanto di suspense e di indagine psicologica dei personaggi...
Manuela Cherubini, anche traduttrice, segue attentamente il dettato dell’autore: allarga la giovane compagnia Psicopompo Teatro con presenze attorali importanti e porta alla fine l’intricata vicenda. Ne scaturisce un lavoro ben fatto, con momenti divertenti (anche grazie all’ottimo Roberto Rustioni nel ruolo del didascalista) e buon ritmo. Pur eccedendo in alcune digressioni "teoriche", il testo ha il pregio di non scadere nel morboso, nella pruderie: forse non è il capolavoro che aspettavamo, ma certo affronta coraggiosamente quel tabù, quel male di oggi che molti si ostinano a non vedere.
di andrea porcheddu
(12:57 - 05 lug 2007)
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