L’idea di Maurizio Scaparro, che ha incentrato il programma del Festival del Teatro della Biennale di Venezia sulle riscritture e le nuove interpretazioni delle opere goldoniane, nel terzo centenario della nascita, ha dato risultati senza dubbio interessanti, specie per quanto riguarda le operazioni più radicali: la giovanissima autrice Letizia Russo, ad esempio, ha letteralmente reinventato la lingua e l’intreccio del Feudatario, un testo minore e poco rappresentato, offrendo al regista Pierpaolo Sepe - che l’ha messo in scena per il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli - una sorta di farsa nera, livida, crudele, ferocemente e irrimediabilmente pessimista. La storia dell’ottuso nobilotto che va a prendere possesso del feudo lasciatogli in eredità dal padre, e per non perderlo si trova costretto a sposarne l’aspirante, legittima proprietaria, Rosaura, viene trasformata dalla Russo in una sorta di truce spaccato mafioso o camorrista, nel quale l’amministratore Pantalone è una sorta di viscido e autoritario capobanda, Rosaura è una puttanella che lo intrattiene con coiti orali, i vispi contadini sono brutali picchiatori, mentre il genitore morto del ragazzo era il padrino finito probabilmente ammazzato. Persino tra Beatrice, la madre, e lo sventato figlio sembra esserci un rapporto perverso, incestuoso.
Nella rielaborazione della Russo spariscono, come sempre, i congiuntivi, prevalgono i termini crudi, plebei, e tende a imporsi una sintassi aspra, disadorna. L’oggetto del contendere, invece di un’amena tenuta campestre, è una metaforica fabbrica di merda, oppressa dalla puzza: ma ciò che conta, nella logica di questi equivoci figuri, è il mero esercizio del comando, del tutto avulso da ciò su cui è dato comandare. Florindo, il nuovo capo, guidato da una sorta di Arlecchino infernale che forse è un suo "doppio" oscuro, non ne ha la stoffa, e intende andarsene altrove, ma la madre e Rosaura lo incastrano spietatamente con le nozze forzate.
Sepe ne ricava uno spettacolo debitamente cupo, graffiante, in cui sullo sfondo di opprimenti penombre si stagliano le grottesche figurette di un sinistro teatrino dei burattini. Le ambiguità sessuali, la violenza dei comportamenti concorrono a sottolineare una greve atmosfera di degrado sociale e morale, evidenziando insieme una torva comicità e una lucida perfidia dall’esemplarità quasi brechtiana. Aguzza, serrata la prova degli attori, fra cui spiccano Monica Piseddu nei panni della madre e Gino Curcione in quelli di Pantalone, oltre al bizzarro Arlecchino androgino di Michelangelo Dalisi, un po’ demone, un po’ animale.
di renato palazzi
(17:42 - 24 lug 2007)
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