La grande piazza alle spalle del Palazzo Ducale, nel cui cortile avvengono gli spettacoli del festival, di solito piena di gente seduta sulle panchine al riparo dal sole sotto una folta verzura, quest’anno è deserta, chiuse le botteghe, disertati i numerosi caffè-gelaterie l’anno scorso animatissimi. Gli invitati, giornalisti, critici e notabili, tra cui una raggiante Raina Kaibaivanska stanno chiusi tutti al Park Hotel e si aggirano nella hall, come in un film di Buñuel. Ma quando alle sette il sole abbandona la scena, tutto improvvisamente si anima fino alle quattro di mattina: fanciulli che ruzzano, adolescenti che si mirano, vecchietti azzimatissimi e comari con ventagli e gelati policromi come in Parini. E domenica sera, inoltre, anche una processione immensa, partecipatissima, con tanto di Madonna portata a spalla e preceduta e seguita da canti e preghiere devote, su cui però emergeva da altoparlanti frastornantissimi una voce che dava indicazioni di percorso e notizie sulla suddetta statua per altro bellissima e abbigliatissima, mentre la banda suonava un brano vagamente somigliante a Cacao meravigliao, a cui rispondeva in contraltare, dalla chiesa antistante alla piazza, un’altra musica, riprodotta questa, col repertorio classico, tipo Ave Maria di Schubert, naturalmente col vocione di Pavarotti sparato senza pietà sulla folla; un effetto stereofonico trifasico, come nel terzo atto del Trovatore: la banda con la sua marcia, la voce del messaggero che non dava requie e la proluvie musicale apprestata dal priore di zelo sospetto.
Un’atmosfera che ti ripiomba improvvisamente, anche qui in Puglia, a Martina Franca, per tanti aspetti così diversa dal sud calabrese e siciliano, tra le pagine di Viaggio in Italia di Piovene o le immagini indimenticabili dell’omonimo film di Rossellini.
La prima sera, dunque, Achille in Sciro, di Domenico Natale Sarro, che nel 1737 inaugurò il nuovo Real Teatro di San Carlo a Napoli, alla presenza del sovrano Carlo III di Borbone, che, pare, dormì per tutta la serata. Domenico Natale Sarro è un compositore pugliese, nato a Trani, come Paisiello, che è di Taranto, e di cui l’anno scorso fu rappresentato il bellissimo I giochi di Agrigento, che aveva inaugurato a sua volta la Fenice di Venezia. Purtroppo però le coincidenze finiscono qui, perché una grande differenza, differenza di genio, separa le due opere settecentesche e i due autori.
L’incanto dell’anno scorso, con la musica esuberante di Paisiello, la sua sensibilità quasi preromantica, non si è ripetuto stavolta con l’artigianato solido ma piatto di Sarro: un’infilzata di recitativi + aria con riprese infinite e monotone che metteva a dura prova la pazienza degli spettatori, soprattutto al terzo atto, dato per necessità di tempo, subito dopo il secondo senza intervallo, sicché abbiamo lasciato il cortile ducale ch’erano le una, smorzando sbadigli pachidermici.
E sì che tutto era cominciato benissimo. Il testo di Metastasio offriva spazio a una lettura molto "osé": Achille travestito da donzella, col nome di Pirra - per sfuggire al fato che lo vuole morto in guerra a Troia come vuole il mito - è innamorato di Deidamìa, figlia del re Licomede, re di Sciro. E fin qui niente di male. Ma improvvisamente arriva il promesso sposo voluto dal re, il principe di Calcide, Teagene, interpretato da un sopranista (Massimiliano Arizzi). Grandi scene di gelosia, Achille/Pirra arriva a minacciare e perfino percuotere il rivale, che non si spiega l’odio della supposta amica della fidanzata: "Eppur quella fierezza / ha un non so che, che piace", si mormora il Teagene, evidentemente con propensioni masochistiche che la regìa accentua, con tagli alla Sade e con effetti di grottesco da carro Gay-Pride.
Forse era l’unico modo per veicolare un’opera sostanzialmente nata per un’occasione celebrativa e oggi indigestissima. Peccato che il regista, anche troppo "buato" alla fine, non abbia saputo eccedere anche di più su questa strada del grottesco. Quanto alla parte musicale, il maestro, nome noto qui a Martina Franca, Federico Maria Sardelli, se la cavava egregiamente, con una concertazione animatissima (a tal punto che gli è sfuggita la bacchetta piombante direttamente su di noi) quanto armonica, assecondato da voci egregie, anche se non tutte: una bravissima Gabriella Martellucci nel ruolo di Achille/Pirra, e un’altrettanto lodevole Maria Laura Martorana in quello di Deidamia, perfino spiritosissima. Peccato che Ulisse (Francesco Ruben Brito) fosse del tutto sfiatato e che il sopranista Massimiliano Arizzi, in una parte troppo lunga e impegnativa per reggere quel tipo di voce-falsetto, finisse in incomprensibili e misericordevoli belati.
di piero gelli
(14:10 - 02 ago 2007)
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