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21:41 - mercoledì 08 febbraio 2012


Chiòve

In una squallida stanzetta dei vicoli di Napoli si intrecciano come per caso i frammenti di tre insignificanti esistenze quotidiane: Lali è una giovane prostituta che aspira un po’ banalmente a una qualche forma di rispettabilità, così come Pinocchio sognava di trasformarsi in un bambino beneducato. A suo modo incarna un’innocenza assoluta, quasi ottusa: sogna di farsi una cultura, conserva in una scatola le cartine con le citazioni dei Baci Perugina, non distingue Dante da Caproni ma poco importa, tanto all’università ci va solo per adescare i professori. Ciò che conta è la sua gran buona volontà di riscattarsi.

Davide è il suo cliente prediletto: fa il libraio, e di tanto in tanto le porta un volume di poesie, un romanzo. Sembra una persona come si deve, ma non manca di ambiguità: va a puttane mentre la moglie sta morendo in ospedale, viene idealizzato da Lali, ma si comporta da guardone un po’ sordido, forse non riesce ad avere normali rapporti sessuali. Alla fine la assume a lavorare in negozio, ma tentando di sfruttarla, e senza avere il coraggio di tenerla davvero con sé. Forse il migliore in fondo è Carlo, il pappone, che non chiede nulla, non vuole essere altro da ciò che è, gli basta stare con lei, ingurgitare panini e sniffare un po’ di coca.

Chiòve è il titolo partenopeo attribuito a Plou a Barcelona, un testo del giovane catalano Pau Mirò, che la traduzione di Enrico Ianniello ha spostato dalle Ramblas ai Quartieri Spagnoli: è uno spaccato fin troppo minimalista, di una leggerezza quasi al limite dell’inconsistenza, che però al Teatro Festival Italia, dove è stato proposto in una doppia versione teatrale e filmica - quest’ultima proiettata "in diretta" su grande schermo - è piaciuto al pubblico, conquistato forse da una certa arguta abilità dell’autore nel dire e non dire, o dagli esilaranti strafalcioni della ragazza e del suo protettore nel citare i versi di Rimbaùdde o i pensieri di Niècce.

In un contesto alquanto fragile, spiccano soprattutto certe minute annotazioni, la strana scelta di Davide che invita Lali a leggere qualcosa al funerale della moglie, lei che indossando abitucci dozzinali e occhialoni da sole alla moda continua a chiedere ossessivamente «sembro normale?» (dove l’idea di normalità coincide con l’assomigliare a una qualunque squinzia).

Convince meno, invece, la metafora del gabbiano che si agita invisibile sullo sfondo. Ma lo spettacolo funziona: la regia di Francesco Saponaro asseconda con delicatezza le sfumature del copione, e i tre attori, Chiara Baffi, Enrico Ianniello e Giovanni Ludeno, sono davvero molto bravi e misurati.

di renato palazzi

(17:03 - 23 ott 2007)



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