Le voci di dentro è una commedia anomala di Eduardo, uno dei suoi testi più amari e risentiti. Prende le mosse da un episodio che potrebbe ridursi a un aneddoto amenamente pittoresco, e che invece, col procedere dell'azione, vieppiù si incattivisce: al centro degli avvenimenti c'è infatti un poveraccio con difficoltà economiche e problemi famigliari, che crede di avere assistito a un omicidio perpetrato dai suoi vicini di casa. Dopo averli denunciati alla polizia e fatti arrestare, egli si rende conto tuttavia che le prove di cui credeva di disporre non esistono, e che insomma quell'ipotetico crimine lo ha visto solo in sogno.
Affrettatosi ad ammettere l'errore, chiede scusa e li fa rilasciare. A quel punto, si chiude in casa temendone le vendette o quanto meno le acri rimostranze: invece i presunti assassini vanno subito a trovarlo, sì, ma non per prendersela con lui, bensì per accusarsi l'un l'altro del delitto mai avvenuto, che però ormai danno per sicuro, e che ingenera fra loro un perfido clima di sospetto. A porre fine ai veleni dovrebbe provvedere la ricomparsa della vittima, che ovviamente sta benissimo. Ma il responsabile della denuncia torna sulle sue iniziali posizioni: un'uccisione c'è stata davvero, sostiene, ed è quella del rispetto e della fiducia reciproca.
Non c'è da stupirsi che una storica figura del teatro di ricerca, Alfonso Santagata, per il suo secondo e più impegnativo incontro con le opere di Eduardo - dopo i tre atti unici raccolti sotto il titolo Quali fantasmi - abbia scelto proprio questa pièce feroce, crudelmente sorridente ma sostanzialmente priva di spiragli di speranza: da sempre le scelte dell'attore pugliese lo portano a rappresentare sentimenti ambigui e oscuri viluppi emotivi, fra personaggi immersi in situazioni di disagio o di violenza, e Le voci di dentro - che è stata scritta nel '48 - evoca una forte crisi di valori di quegli anni, che però ben si adatta anche al nostro tempo.
Santagata non si limita a sfrondare la messinscena del folklore che accompagna in genere l'approccio al mondo di Eduardo: pur attenendosi fedelmente alla lingua del testo, in un certo senso lo strappa alla sua solarità mediterranea, lo sposta verso un clima lividamente onirico più vicino a Gogol o a Kafka: cancellato ogni tratto realistico dell'ambiente, immerge l'intreccio in cupe penombre da cui affiorano paesaggi di fornelli e grappoli di sedie che pendono incongruamente dal soffitto. L'immaginario reato si configura in un contesto di sogni inquietanti, della serva o della vecchia zia: ma è l'intera vicenda che diventa un incubo febbrile.
di renato palazzi
(18:33 - 16 ott 2007)
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