Nell’epoca delle "riletture", trovarsi di fronte ad una "lettura" lascia sorpresi, quasi meravigliati. Siamo così abituati a reinvenzioni registiche tanto originali da far perdere di vista persino il punto di partenza, che se ci imbattiamo in attori che semplicemente "fanno" un testo quasi quasi non ci crediamo.
Insomma, siamo al punto che più nessuno può vedere un Romeo e Giulietta di Shakespeare, ma si deve accontentare o si può divertire con il Romeoe Giulietta del regista di turno: e ormai il circolo ermeneutico sembra non avere fine, in un crescendo di interpretazioni delle interpretazioni incessante.
Ed è allora proprio con una "lettura" che si è aperta la stagione del teatro Eliseo di Roma. Rinnovato nell’estetica e nella statica (nuove poltrone, nuovi colori, lavori di consolidamento) il teatro di via Nazionale ha affidato il proprio debutto a Lunga giornata verso la notte, di Eugene O’Neill, con la regia di Piero Maccarinelli e la traduzione di Masolino d’Amico.
Il testo, scritto sul finire degli anni Trenta del Novecento - ma rappresentato postumo nel 56 -, è un drammaccio borghese ridondante quanto polveroso. Se si volesse ricorrere al vecchio Freud si potrebbe non solo analizzare l’Autore, visti i chiari rimandi autobiografici, ma analizzare i quattro componenti della famiglia Tyrone: sono, però, casi clinici oggi fin troppo facili, nonostante gli sforzi dell’autore di renderli torbidi e oscuri.
Madre morfinomane, padre alcolizzato e fissato nella sua avarizia, figli falliti - il maggiore debosciato e il minore tisico. C’è anche un lutto, nel passato, di un bimbo perso prematuramente, ad aggiungere disgrazie alle disgrazie. E poi ripicche, invidie, ricatti, frustrazioni.
Ma tutto questo sembra, oggi, davvero un gioco da poco: la famiglia è molto oltre, in fatto di devastazioni. Più violenta, esasperata ed esasperante di quella colta nella lunga giornata: oggi si risolvono problemi con omicidi, infanticidi, percosse sistematiche, vessazioni o - per chi può - con divorzi miliardari. Insomma, anche il dolore nelle "quattro mura domestiche" ha fatto il suo bel salto di qualità. Così O’Neill resta in piedi quasi come un prototipo ormai inutile, di cui non si sente più - francamente - la necessità, con quei suoi rimandi a Strindberg o al mito classico, con quel suo gusto para-scientifico di spruzzare frammenti di devianza nei suoi personaggi: la dipendenza dalla madre, l’etilismo che è dell’impotenza, qualche barlume di omosessualità non dichiarata, l’ombra di incesti mai veramente superati per quell’Edipo macchinoso che si impone sempre, e infine - su tutto e tutti - lo sguardo paternale dell’autore fatto di comprensione e perdono...
Lo spettacolo, allora, nel clima di rispetto assoluto per il dettato testuale, "legge" O’Neill per quello che è. In una scena che evoca le forme geometriche di Mondrian (disegnata da Giovanni Carluccio) che è l’interno bergmaniano di una casa nel Connecticut dove si è rintanata la famiglia, si muovono i quattro personaggi: e nel turbinio di parole, incontri-scontri, dichiarazioni d’amore e d’odio, passa la giornata. Tensioni mai sopite riemergono: al giovane Edmund viene diagnosticata la tisi; Mary, la madre, ricomincia a bucarsi; James, il figlio maggiore, rinuncia definitivamente ad uscire dall’alcol e al vecchio padre avaro e beone non resta che constatare il proprio fallimento.
Maccarinelli impone al tutto un ritmo e un taglio realistico e, con una scelta di grande rispetto, lascia andare il testo e gli attori. Ha, dalla sua, una straordinaria Annamaria Guarnieri, la quale, attrice di razza, tesse una partitura di gesti, di raffinatissimi mezzi toni, di sorrisi trattenuti e sussurri (e il vecchissimo pubblico degli abbonati, con totale mancanza di stile, grida "voce"), di sbandamenti millimetrici e di vaporose invenzioni. Nel primo atto fa volare le mani con dolcezza languida, persa e confusa donna cui sta sfuggendo la presa sul mondo; poi, nel secondo, esplode in crisi che sono di struggente dolore. Vive la patologia del personaggio con immedesimazione che direi solo "parziale", conservandosi territori di magistrale creazione: supera lo stereotipo possibile evocando umanissime fragilità, cui sa dare calore e candore.
Accanto a lei sembra allora troppo ingessato il padre di Remo Girone: stentoreo (e per questo gradito dagli apparecchi acustici di certi abbonati), ma granitico nel tratteggiare il suo personaggio di padre. Che dire dei due figli? Daniele Salvo (nella parte del giovane) e Luca Lazzareschi (che è il maggiore) arrivano egregiamente alla fine, la dicono tutta, a tratti con intensità e con certa partecipazione, con guizzi di ironia e profondità. Ma su tutto pesa lo spettro dell’Autore, di un testo non più galvanizzante che, forse, non vale la pena leggere...
di andrea porcheddu
(12:38 - 22 ott 2007)
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