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23:07 - mercoledì 08 febbraio 2012


Nel numero dei +


L’idea di partenza, quella cioè che si possa aspirare a una morte "condivisa", consumata pubblicamente, quasi in un’euforia consumistica, per ritrovarvi il senso di una socialità perduta, ha indubbiamente uno spessore di ironia sferzante, venata di acre pessimismo, impregnata di umori amaramente paradossali. E nel complesso Gianfelice Facchetti - figura emergente della nuova scena milanese, cui si farebbe torto spostando troppo l’attenzione sul cognome dalle illustri risonanze in ambito extra-teatrale - con questa sua sferzante farsa macabra dimostra di avere una personalità artistica decisa, propensa a toni non banali.

Nel numero dei + descrive l’incontro-scontro fra due figure parallele e per certi versi opposte: da un lato un tal Camillo, convinto assertore dell’auto-annientamento, fautore dell’estremo sacrificio quale atto di consapevole interruzione della continuità della specie, dall’altro Vivenzio, l’uomo - a capo di un’impresa di pompe funebri? Di un’organizzazione? Di una setta? - che di questa spettacolarizzazione della fine ha fatto una filosofia e un affare, e che si adopera in ogni modo per rendere l’evento più accettabile, lieto, dilettevole, fornendo addirittura ai morituri delle procaci fanciulle disposte alla consolazione dell’ultima ora.

L’autore-regista-attore dimostra di accostarsi senza timori reverenziali a un tema impegnativo come quello della morte, che a teatro, com’è noto, vanta precedenti di altissimo livello. Facchetti non esita ad affrontarlo con un taglio insolitamente livido e grottesco, in cui riversa tanti spunti, compresi - a tratti - dei giochi di parole quasi degni di Bergonzoni. Nell’insieme, è interessante il suo ricorso a una comicità sull’orlo della tragedia, o a un senso tragico che può sfociare nell’ilarità più sfrontata. Anche nella messinscena egli sfoggia uno stile composito, che attraverso la presenza di una buffa suorina rivela persino tentazioni felliniane.

Dove invece lo spettacolo sembra davvero meno convincente è nella costruzione drammaturgica piuttosto farraginosa, tutta risolta in una scrittura forse troppo ambiziosa, sicuramente un po’ oscura, che a lungo andare finisce col diventare difficile da seguire: a un certo punto si intuisce un’inversione delle parti, Camillo sembra rivoltarsi nei confronti di Vivenzio, ma cosa in effetti tutto ciò implichi, cosa significhi - dietro la cortina di metafore e battute allusive - questo ribaltamento dei valori, sinceramente non saprei dirlo. E dunque, tenendo buoni i presupposti di fondo, almeno sul piano del testo sarebbe opportuno lavorarci ancora.

di renato palazzi

(15:22 - 16 ott 2007)



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