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00:49 - giovedì 09 febbraio 2012


Quale droga fa per me?


Se permettete parliamo di una donna, una giovane signora nevrotica e sottile, maniacale, piena di paure e di tic, in continuo inarrestabile movimento. Parliamo dunque di Hanna, la protagonista di Quale droga fa per me? che sotto l'apparenza della normalità - un figlio, un marito ingegnere, una casa con giardino e con mutuo da pagare - in realtà nasconde inquietudini profonde, difficili da superare. È infelice, frigida, si sente una cosa sballottata qua e là dal marito che beve e beve e vive la sua stolida violenza quotidiana innaffiata copiosamente dalla birra. Anche il figlio non le sembra «normale»: per lui riesce a sentire un barlume di tenerezza solamente quando anche lei va su di giri prima con l'alcol, poi con le pasticche, poi con la coca, poi...

Insomma Hanna è un caso clinico, che dentro una stanza o un'aula (le scene sono di Gian Maurizio Fercioni), che ingloba noi e lei, racconta di sé senza freni: quasi una conferenza dove la scientificità viene presto spazzata via dalla vita vera e da quella solo immaginata, dai pensieri profondi, dalla scoperta di un sé possibile, più libero dai doveri codificati e segreto, anche se legato alla droga. A interpretarla è la brava Anna Galiena, con la sua umanità scontrosa che cattura la nostra attenzione, sola in scena in questo monologo pieno di fantasmi e di paure ma anche di sincerità e di voglia di capire e di essere capita.
Il testo, secco e graffiante, è di Kai Hensel, un amburghese di quarantun anni, autore pluripremiato e di successo in Germania, da sempre sensibile alle angosce di quell'umanità disturbata che popola il nostro presente. Ma, malgrado il titolo, il suo testo non offre nessuna giustificazione all'uso della droga. Ce ne descrive, invece, attentamente gli effetti e ci racconta la discesa a un inconsapevole inferno fatto di false euforie e di devastazioni, di una donna incapace di vivere la complessità della vita, alla quale garantisce un'apparente libertà che maschera in realtà una dipendenza sempre più forte. Cosa non funziona allora - ci si chiede - in questa signora che cita Seneca ma che non attingerà mai al suo stoicismo? Cosa non va in questo essere che ci pone di fronte a uno spaccato così disperato e senza speranza della vita?

Chi cerca di darsi e di darci delle risposte è Andrée Ruth Shammah (che presenta questo spettacolo, prodotto dal Franco Parenti al Teatro Studio e in collaborazione con il Piccolo), con una regia rigorosa e sensibile tesa a mettere in luce le difficoltà dell'oggi, i grandi temi dell'esistenza, senza però tralasciare quelli all'apparenza più insignificanti. Oltre a questo testo, che è la prima tappa di un progetto che pone la sua attenzione sulle diverse facce del tempo in cui viviamo, segnato da una complessità difficile da gestire, ce ne saranno altri, tutti declinati dal punto di vista del più debole, per garantirci che lo sguardo di chi spesso, come Hanna, vive in una posizione subalterna sociale o sessuale, pur fra infiniti errori, può, talvolta, essere quello della più forte.

di maria grazia gregori

(18:20 - 08 ott 2007)



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