Nei ventiquattro quadri di Terrore e miseria del Terzo Reich, Brecht descrive con agghiacciante evidenza i primi passi del regime nazista ormai trionfante, proteso a infiltrarsi in ogni piega della società tedesca, a corrompere le coscienze con la paura e il conformismo, a sottomettere le categorie di cittadini più diverse, domestiche e magistrati, medici e scienziati: tanto più allarmante risulta anzi tutto questo, proprio in quanto viene colto nelle fasi iniziali, quando ancora la Germania non è diventata un’enorme macchina da guerra al seguito del führer, quando i meccanismi della penetrazione ideologica potrebbero essere forse fermati.
Nell’affrontare questo testo poco rappresentato in Italia, il regista Carlo Cerciello ha puntato, più che sull’affresco storico, su uno scarto stilistico, un livido, pungente spiazzamento. Giocando sulle ridotte dimensioni del Teatro Elicantropo, una sala in un vecchio palazzo del centro di Napoli, e sul contatto ravvicinato tra attori e pubblico che esso impone, ha ambientato a sorpresa l’azione su una minuscola ribalta circolare da varietà o da cabaret, dove un Petrolini grottescamente moribondo dice alla sua maniera le battute del prologo e un’attrice vestita e truccata da Marlene Dietrich pronuncia il secco, emblematico «No» finale.
Il taglio serio, drammatico è significativamente riservato a un solo episodio collocato non a caso in posizione centrale, quello della moglie ebrea - eloquentemente moltiplicata per quattro personaggi, quasi un piccolo coro - che lascia un marito in verità poco propenso a trattenerla, e se ne va in Olanda per non mettere a repentaglio la vita e la carriera dell’uomo. Per il resto, prevalgono nasi finti e gelidi lazzi clowneschi: ma questo taglio cupamente "leggero" non attenua l’orrore suscitato dall’opera brechtiana, e gli aggiunge semmai un’ulteriore nota stridente che suona ancor più perfida e sinistramente velenosa.
Lo spettacolo di Cerciello è davvero fatto di nulla, uno spazio vuoto delimitato da una fila di lampadine, dei costumi soltanto accennati, pochi oggetti allusivi che appaiono all’occorrenza, dei cappelli di carta, un carrarmato giocattolo che fende il buio coi suoi fari in miniatura, un aeroplanino di carta con impressa la svastica: a reggerne il peso sono soprattutto i quattro bravi attori e i numerosi allievi, che magari di "straniamento" e di teatro epico sanno poco, ma coi loro dialoghi stralunati, coi loro song incalzanti esprimono un’idea della recitazione brechtiana quale invano avremmo cercato in esperienze più illustri e pretenziose.
di renato palazzi
(15:25 - 18 ott 2007)
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