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21:57 - mercoledì 08 febbraio 2012


Fragments

Più che un mero florilegio di cinque brevi testi, Fragmentsdi Peter Brook sembra un compendio del mondo beckettiano: Rough for theatre I, benché scritto tre anni dopo, potrebbe essere un Aspettando Godot senza Aspettando Godot, un preludio, un antefatto: i due clochard al centro dell'azione, un cieco e uno storpio, si cercano e si respingono come Vladimiro ed Estragone, come loro parlano di suicidio, anche se il cieco dice di non essere abbastanza infelice da farlo (e che anzi proprio questa è la sua infelicità). La battuta «gli stessi gemiti, dalla culla alla tomba» parrebbe presa pari pari dal capolavoro precedente.


Rockaby è una delle più emblematiche fra le pièce della maturità, quelle dell'estrema disarticolazione linguistica: una donna osserva la vita dal dondolo su cui morì la madre, ma la voce arriva da fuori di lei. Act without words II è una partitura di puri gesti: due uomini chiusi dentro a dei sacchi vengono svegliati da un enorme pungolo, e affrontano con opposti atteggiamenti il vuoto delle loro giornate. Neither, (l'esistenza si svolge fra due porte, se ti accosti si chiudono, se ti allontani si riaprono) è una sintesi dei suoi affannosi soliloqui femminili, Come and go è un buffo e straziante sguardo sul passato visto attraverso il declino della vecchiaia.


Perché Brook ha scelto di affrontare questi spezzoni al limite dell'inconsistenza? Perché la loro costruzione scarna ben si presta a una cifra registica che tende sempre più a eliminare il superfluo, a ridurre il teatro a un'essenzialità assoluta ed esemplare: sulla semplice pedana che accoglie la maggior parte delle sue creazioni, persino il dondolo è una comune sedia che solo per un attimo assume una breve oscillazione. Questo stile spoglio valorizza al massimo grado il singolo gesto, la singola parola. E proprio in quanto sottratti a un contesto drammaturgico compiuto, i loro significati si stagliano con una chiarezza ancora più definitiva.


Inoltre il fatto di mettere mano a una materia beckettiana meno canonica, meno investita di alte aspettative gli consente di accentuarne certi guizzi ironici: il pubblico ride, soprattutto sull'Act without words e sulle false vecchiette di Come and go, praticamente uno sketch. Ma proprio queste reazioni divertite inducono a qualche sospetto. Gli attori sono bravi, la messinscena è perfetta: ma non è che il regista, proponendo questo Beckett "in pillole", ne dà in fondo un'immagine edulcorata, sicuramente non impropria (l'autore irlandese prediligeva una recitazione spigliata), ma tutto sommato fin troppo leggera e gradevole?

di renato palazzi

(18:41 - 13 dic 2007)



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