Dopo aver presentato per una decina di giorni il loro nuovo spettacolo al Teatro Verdi di Milano, i Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa sono ora - fino a domenica 9 dicembre - al Gobetti di Torino con La pace, surreale commedia in tredici "quadri" scritta da Antonio Tarantino che ha debuttato la scorsa estate al Festival delle Colline Torinesi. Diverso ma non estranea al percorso seguito fino ai giorni nostri dalla compagnia piemontese (che ha da poco festeggiato con una mostra i primi vent'anni di attività), La pace rappresenta un feroce e surreale apologo sul conflitto mediorientale, incarnato da Sharon e Arafat. I due statisti sono condannati da un'enigmatica figura femminile (interpretata dalla bravissima e "acrobatica" Maria Luisa Abate) a errare nel deserto tunisino senza acqua da bere e per lavarsi, costretti a guardarsi da orsi sodomizzatori e serpenti velenosi.
Obbligati a una forzata convivenza, l'israeliano e il palestinese finiscono per stabilire una sorta di precario equilibrio esistenziale, destinato tuttavia a non fondersi mai in reciproco rispetto, ma anzi soggetto a infrangersi a ogni sia pur minimo riemergere di una speranza di riscatto. Su di loro incombe una gabbia-ragnatela metallica, sulla quale sta mutamente appollaiata la StregaPuttanaMadre che li giudica e ha in mano i loro destini.
Scritto nel 2002, quando entrambi gli uomini politici erano ancora vivi, il testo di Tarantino gronda turpiloqui e meschinità, che non salvano né il leader palestinese, né quello israeliano dalle loro umane debolezze. Marco Isidori - che firma anche la regia - interpreta Arafat, mentre il giovane Paolo Oricco è un convincente Sharon. Entrambi recitano travisati dalle maschere create da Daniela Dal Cin, cui si deve anche l'idea della struttura metallica che funge da sfondo. Rispetto a prove precedenti, i Marcido si trovano per la prima volta alle prese con una commedia scritta da un contemporaneo, in cui la parola solo a sprazzi si presta a essere ridotta a materia sonora, secondo il canone marcidoriano. Tuttavia la struttura dello spettacolo, che ricorda uno slabbrato cabaret brechtiano, scandito da tiritere e voci fuori campo, non priva lo spettatore della certezza di assistere a uno spettacolo passato attraverso il tipico filtro interpretativo del gruppo.
Superato lo choc di un linguaggio volutamente ed esageratamente "grasso", si apprezzano l'impegno degli interpreti e l'urgenza dell'autore (il testo de La pace è contemporanea a La casa di Ramallah) a sfruttare ogni percorso, anche quello infido del grottesco, pur di non lasciare che l'oblio cali su uno dei grandi nodi irrisolti del nostro tempo presente.
di e.f.
(17:27 - 06 dic 2007)
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