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23:36 - sabato 20 marzo 2010


Lev dei Muta Imago

La memoria si sfarina, diventa un pulviscolo bianco che copre tutto, mobile e inafferrabile, volatile e inconsistente. Lev non ricorda più nulla, una pallottola nel cervello ha cancellato le tracce del suo passato. Questo il caso di un ragazzo russo tornato dal fronte della seconda guerra mondiale, studiato dal grande psichiatra Alexander Luria, e ora ripreso in uno straordinario spettacolo dalla giovanissima formazione romana dei Muta Imago, veri e propri evocatori di universi irreali e fantastici, capaci di costruire con pochi oggetti e una sconfinata intelligenza creativa un cospicuo catalogo di suggestioni.

Noi vediamo appunto un giovane, vestito di bianco muoversi su un tappeto di polvere candida che si solleva in nuvole ad ogni suo passo, alcuni pannelli anch'essi sporcati dalla materia corpuscolare e alcune lampade che calano dall'alto appese a dei fili. In cinquanta minuti prende forma il claustrofobico spazio mentale dello smemorato, che non fa che cadere a terra, scavare con le proprie mani, grattare le superfici incrostate, tra improvvisi terremoti di luce e suono, con apparizioni di fantasmatiche e visioni come lacerti scomposti di qualche angolo ancora attivo delle sue capacità mnemoniche. Sembrano i brandelli di relazione con l'universo femminile a riemergere con una maggiore nitidezza, il volto della madre, le ectoplasmatiche movenze di danza di una donna forse amata che ora riappare tra le volute di quella polvere, destinata ben presto a dissolversi con essa.

Questo spettacolo dei Muta Imago è senza mezzi termini una delle cose più sorprendenti apparse sulla scena negli ultimi anni, costruito con una delicatezza estrema pone in campo sfumature sottilissime di senso, dando vita a una lacerante spettrografia dell'interiorità di quell'individuo e del suo smarrimento. Così Lev recupera anche alcune parole che traccia col dito su quei pannelli scrostando la sedimentazione, non a caso scrivendole alla rovescia affinchè siamo noi a poterle leggere, non a caso lasciando un vuoto su quelle superfici proprio col dare forma a una frase. Immagini infantili, forse, ricordi quanto più lontani tanto più indelebili.

Claudia Sorace, regista Riccardo Fazi, drammaturgo, Massimo Troncanetti scenografo insieme a alla calligrafia corporea di Glen Blackhall composta di potenti slanci emotivi e di un raggelato sconcerto: i quattro costruiscono insieme un vasto universo visivo con poco o nulla, fanno un teatro concreto, in presenza, che è la negazione ostinata di tanta virtualità, ma raggiungono livelli di suggestione compositiva e poetica davvero profondissimi. Così alla voce che tenta di risvegliare le zone d'ombra di Lev si uniscono frammenti sonori di telecronache sulla conquista sovietica dello spazio e su quei proiettili che violavano la materia e l'etere, portando l'uomo in dimensioni sconosciute, suggerendo un intreccio davvero sottilissimo tra quel cosmo rivelato e le insondabili profondità del buio mentale di Lev. Ma è chiaro che siamo tutti come quel ragazzo, la vita di ognuno si dispone su scarti e cancellature, è una annaspare affannoso tra frammenti destinati all'oblio, tra emersioni violente e involontarie di tracce cancellate del nostro passato. E lo spettacolo diviene una parafrasi dolorosissima del nostro continuo brancolare nel mondo, nella storia, nelle nostre confuse e polverose interiorità.

Da notare che questa straordinaria formazione la cui espressione creativa è stata accolta (nelle tre serate in occasione del Romaeuropa Festival al Palladium di Roma) da un folto pubblico con un silenzio assorto, rotto alla fine da applausi fragorosi, lavora in un centro sociale alla periferia della Capitale e nessuna fra le istituzioni teatrali della città sembra essersi accorta della sua esistenza.

di antonio audino

(16:22 - 10 nov 2008)



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