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11:39 - sabato 04 febbraio 2012


Tutto è vivo!

Cosa vuol dire fare ricerca, oggi? Nelle scienze come in astronomia, in meccanica o matematica il concetto è meno nebuloso che in teatro. Ricercare a teatro, dopo stagioni di avanguardie, che ad ondate hanno invaso palcoscenici e spazi non convenzionali, sembra sempre più difficile.

Non mancano precedenti chiarificatori: se nel 1974 Luca Ronconi diede vita al Laboratorio di Prato, vero spazio di ricerca e riflessione sulle possibilità del teatro; poi, per fare un altro esempio alto, nel 1997, Leo de Berardinis pensava ad un nuovo teatro in questi termini: "le prove come processo creativo, l'indipendenza come sviluppo di una propria idea di teatro, il confronto con nuovi linguaggi e nuovi contesti, l'ensamble come strumento non effimero per creare, il laboratorio come modello di formazione permanente, il confronto con il pubblico inteso non come soggetto indifferenziato ma come spettatori consapevoli e critici, la concezione degli spazi teatrali come luoghi dell'incontro e della relazione". Un processo continuo di confronto, dunque, fino a proporre - con il consueto vigore e con grande lucidità - un "Teatro Nazionale di Ricerca". Ma quel teatro non si è fatto: e forse nessuno, oggi, ci pensa più. E allora come declinare la ricerca a teatro? Chi fa ricerca? E soprattutto, ricerca di cosa?

Sicuramente è un felice frutto di una lunga e appartata ricerca il lavoro presentato dal Tam Teatromusica di Padova. Tutto è vivo, questo il titolo, è infatti l'esito di un percorso partito da tempo, in cui Michele Sambin e Pierangela Allegro (che del Tam sono fondatori e colonne portanti tutt'oggi) hanno dialogato con giovani musicisti-performer che si sono formati alla "scuola" del gruppo padovano.

Può sembrare curioso che da un teatro siano emersi musicisti o pittori: ma non è così strano se si va a ripercorrere la storia del Tam. Compagine da sempre attiva in una felice commistione di arti (pittura e musica su tutte), ha voluto mantenere la propria identità, senza però trasmettere ai giovani frequentatori dei laboratori regole dittatoriali o posizioni epigoniche.

Ecco, dunque, gli East Rodeo: una band a tutti gli effetti, attenta più a contaminare rock e jazz che non Stanislavskij e Mejerchol'd. Eppure una band-teatro, fatta di raffinati musicisti che sono attori. In Tutto è vivo, sono in scena in tre, affiancati dalla Allegro: e la scena è un terreno astratto, fantastico, una tavolozza da pittore in cui strumenti musicali prendono vita, letteralmente si animano e si muovono, suonano pur apparentemente non suonati.

Sulle dinamiche fonico-musicali, poi, Sambin interviene sistematicamente con computer-graphic e digital painting, creando in tempo reale tableaux vivant o trasformando - mirabilmente - gli attori in fumetti surreali, in corpi-pittura che si colorano all'improvviso.

Rivolta degli oggetti di majakovskiana memoria, forse, visto che del disorientamento e dell'esplosione fragorosa di una feroce ansia tutta contemporanea lo spettacolo è segno chiaro. Il teatro dialoga con l'immagine e il suono, in un esperimento che è, allora, decisamente innovativo: il gioco è sorprendente, spiazzante, divertente. Lo spettatore rimane sospeso in un tempo ed in un territorio altro: cosa sta succedendo?

Spaesamento e incanto: la prospettiva cambia continuamente, nulla è assodato, qui. Tutto è possibile: anche che un trombone, con la sua bella culisse, possa svelarsi o tornare a nascondersi nel buio tutto da solo. E quando il free jazz scivola nel punk, allora si capisce che quei "quadri di un'esposizione" anomala e viva, quel concerto che è una suite, non sono altro che un pezzo di teatro in cui entra, con forza, la ricerca.

Su Tam Teatromusica leggi anche: Là on' son stato io me

di andrea porcheddu

(18:14 - 27 mar 2008)



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