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15:51 - luned́ 21 maggio 2012


E la notte canta

La situazione potrebbe addirittura sembrare banale: lui, lei, l'altro. Quasi fosse Tradimenti, di Pinter; o La donna del Mare... E se pure a questi testi, in certo modo, fa pensare, E la notte canta, scritto da Jon Fosse nel 1997, ne rappresenta quasi una deriva causticamente rivoltata.

Intanto perché qui c'è un altro personaggio principale, a scomporre le triangolazioni: ed è un bambino, stretto in un passeggino dalla foggia antica. Dorme spesso, ma ogni tanto piange: e sembra proprio che quei pianti striduli e indifesi scandiscano il tempo più dell'orologio a muro, che siano il gong che separa una ripresa dall'altra di un incontro di pugili che non vogliono poi tanto combattere.

E la notte canta arriva sulla scena del Teatro India grazie a una grandiosa edizione firmata da Valerio Binasco, che ne è regista e interprete. Nelle scene quotidiane, iper-reali eppure astratte, dal tono quasi hopperiano - disegnate da Antonio Panzuto e ottimamente disegnate da Paquale Mari - lo scontro di coppia si combatte su un piano verbale alternativamente laconico o logorroico.

Quella coppia, quei lui e lei, sono ormai esausti. Lui è un Oblomov ancora più rassegnato: sta sul divano, scrive cose (romanzi? saggi? Questo l'autore non lo dice) che nessuno vuol pubblicare. Ha paura di uscire, ha paura di parlare. Rinuncia a parlare, anzi. Binasco fa di questo personaggio un soggetto pervaso di fallimento inespresso: è incapace anche di far vivere le sue sconfitte.

Il modo in cui si muove (quel corpo un po' spostato all'indietro, i passi difficili, i capelli scomposti) basta a raccontare l'impossibilità di ogni gesto, di ogni parola. Sta lì, aspetta. Cosa aspetta? Forse lei. È lei che entra in scena e attacca una vertigine di parole, un eterno ritornare sugli stessi temi: ha un accento forte, straniero, è una donna bella ma anche lei sembra sul punto di soccombere. Frédérique Loliée ha già dimostrato in altre prove di essere attrice straordinaria: qui è folgorante. È rassegnata ed esplosiva, suadente e provocatoria, affascinante e riluttante: "donna ancora giovane" si direbbe di questo personaggio, che sgomita per salvare il suo uomo e se stessa.

Madre e ancora donna, la giovane ha un amante. Ecco, l'altro. Uno semplice, schietto. Aldo Ottobrino ne fa un personaggio solido, uno che arriva in soccorso, uno innamorato, pronto ad accogliere lei e il bambino, pronto a fare a pugni con l'uomo, ma anche a chiedere una sorta di "permesso" al marito-padre. Infine arrivano i genitori di lui: mentre lento si consuma il dramma della separazione, i "suoceri" sono irreali e grottesche figure senza tempo, con i loro imbarazzi e i loro regalini per il bambino.

Insomma: la scrittura di Jon Fosse, uno dei grandi della drammaturgia europea, è tutta qui. Nel saper affondare implacabile nelle turbe marginali e quotidiane, nelle dinamiche esistenziali di ogni giorno, nelle relazioni sentimentali senza smalto. Alcuni lo considerano l'erede di Ibsen, l'altro maestro norvegese. Ma forse Jon Fosse semplicemente è l'Ibsen del nostro tempo: non ci sono eredità, laddove risuona tanta originalità. Nella sua scrittura laconica e languida, in quel rincorrere sentimenti melodrammatici (quasi più alla Kaurismaki che non alla von Trier), in quel negare ogni lirismo, Fosse ha inventato una prosa concreta, reale, umanissima. E per questo ironica, divertente, struggente e poetica. C'è la vita, qui, in ogni parola, in ogni didascalia: per quello che è, banale e sconcertante, bellissima e dolente.

Fa bene, dunque, Valerio Binasco a tenersi scrupolosamente al dettato del testo. Da qualche anno ha improntato le sue scelte registiche ad una coerenza stilistica raffinatissima. Vi è una attenzione al realismo concreto, a quello che - riduttivamente - potremmo definire minimalismo, eppure proprio nella cura del segno, del dettaglio "cinematografico", Binasco coglie una possenza tutta teatrale. Il lavoro con gli attori è rigorosissimo, non vi sono cedimenti: il ritmo affilato, le scansioni temporali millimetriche. Il congegno teatrale, insomma, funziona a pieno ritmo. E nella compattezza dell'evento scenico, allora, il dramma acquista ulteriore forza. La disperata storia di lui, lei, l'altro, sembra destinata a non finire: se non fosse per l'eco di un colpo di pistola, che sposta il dramma in una tragedia di ogni giorno.

di andrea porcheddu

(18:42 - 21 mag 2008)



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