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01:42 - venerd́ 19 marzo 2010


La trilogia di Eschilo a Siracusa

È di scena al Teatro Greco di Siracusa, immerso in una natura d'intatta bellezza, la trilogia di Eschilo - Agamennone, Coefore ed Eumenidi- l'unica che ci sia arrivata nella sua completezza: un lungo viaggio da un mondo a un altro, dall'arroganza di un potere assoluto e barbarico alla nascita, sia pure faticosa, della democrazia.

L'Orestiade (è il titolo che le diede Pier Paolo Pasolini invece del più noto Orestea, quando la tradusse per Vittorio Gassman nel 1960) mette gli spettatori di fronte ai temi cruciali di qualsiasi convivenza sociale: l'imperscrutabilità del volere degli dei, il fondamento della bontà delle leggi nel patto inscindibile fra uomini e divinità, il senso del vivere civile che si esalta nella capacità di una condivisione di responsabilità, questa sì veramente "democratica".

Ovviamente quest'asse portante si sviluppa in molte altre situazioni di fortissima tragicità: l'uccisione a tradimento del marito Agamennone al suo ritorno da Troia con la schiava Cassandra da parte della moglie Clitennestra e dell'amante di lei Egisto; il conseguente matricidio di Oreste e la sua fuga inseguito dalle Erinni, le luttuose dee vendicatrici della madre, fino a quando, nell'Areopago di Atene, si deciderà il destino di Oreste con una votazione a suo favore che avrà come sostenitori Atena e Apollo. E sui sentimenti oscuri che tutto questo porta con sé, Pasolini costruisce una traduzione filtrata attraverso l'inquietudine del contemporaneo che ne suggella la poetica tragicità.

Nei tre lavori messi in scena con felice intuizione da Pietro Carriglio (sue anche le scene e i costumi) la scena è unica: un ampio anfiteatro dominato dalla facciata di una casa che cita la pittura di De Chirico con le finestre ora illuminate dalla luci di Gigi Saccomandi ora oscure come occhiaie vuote, delimitata verso l'alto da una ripida scala e affiancata da un alto cilindro: palazzo e tempio allo stesso tempo, ma anche luogo della apparizioni, dei vaticini, dei giuramenti, degli omicidi più efferati, delle speranze e delle riflessioni cui danno voce il coro maschile guidato da Stefano Santospago e il coro femminile guidato da Cristina Spina. Ma le tre tragedie sottolineate e contrappuntate dalla musica di Matteo D'Amico - suonata dal vivo -, si sviluppano secondo segni teatrali propri: la barbarica regalità dell'Agamennone; la violenza delle Coefore che si stempera solo nel patto stretto fra Oreste e la sorella Elettra, vendicatori della casa del padre; la difficile ma necessaria affermazione di una legge nuova nelle Eumenidi.

A dare unitarietà a uno spettacolo dai volti diversi contribuisce anche una notevole compagnia di attori di età, scuole, stili diversi ma amalgamati benissimo fra di loro. In due ruoli praticamente agli antipodi - quello di Clitennestra e quello di Elettra - Galatea Ranzi ci rivela una profondità e una varietà di mezzi espressivi formidabili; Elisabetta Pozzi costruisce un'Atena di forte impatto, mentre Luca Lazzareschi si impone con bravura come Oreste. Ma vorrei anche ricordare l'incisività di Maurizio Donadoni nel ruolo di Apollo, l'insinuante Egisto di Luciano Roman, la follia inascoltata della Cassandra di Ilaria Genatiempo, il livido Agamennone di Giulio Brogi.

di maria grazia gregori

(13:19 - 28 mag 2008)



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