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15:51 - luned́ 21 maggio 2012


Sinfonia d'autunno

È la seconda volta in questa stagione che, per di più con la stessa pièce, il teatro italiano rende omaggio dopo la morte a quel gigante che è stato Ingmar Bergman. In scena al Teatro Manzoni, infatti, c'è Sinfonia d'autunno, un testo dal sapore strindberghiano giocato com'è sullo scontro, sul bisogno d'amore, sull'impossibilità di capirsi di una madre e di una figlia. Questa pièce intrigante, scritta per la scena prima di diventare un film famoso con Ingrid Bergman e Liv Ullmann, nasce dalla fascinazione del grande regista svedese per la donna spesso protagonista assoluta del suo cinema e del suo teatro.

Anche per questo Sinfonia d'autunno offre un impareggiabile terreno al confronto teatrale e psicologico non solo per due personaggi femminili ma anche per due attrici di forte personalità e di generazioni diverse come Rossella Falk e Maddalena Crippa. Che hanno saputo creare fra di loro non un terreno di scontro fine a se stesso e neppure una "guerra di dame" ma un'atmosfera di rara penetrazione del tema e del testo in cui hanno modo di brillare con le loro personalità così diverse e il loro indubbio talento.

Ora la Falk è la Falk, un'attrice che appartiene alla storia della nostra scena: grandi mezzi, grande scuola e un inaspettato risvolto ironico che smussa gli angoli, ma non la durezza del testo. Il suo personaggio è quello di Charlotte, grande pianista di successo e madre distratta di Eva, che non vede da sette anni, sposata a un pastore protestante, giornalista ma rosa neanche troppo segretamente dal desiderio di emulare al piano la madre. Eva, la cui vita è stata segnata dal dolore della morte dell'unico figlio, odia/ama la madre da cui vorrebbe ricevere finalmente l'amore che non ha mai avuto. Maddalena Crippa affronta questo ruvido e insieme infelice personaggio con una coinvolgente profondità. Ovvio che non succederà nulla di quanto atteso o sperato. Ovvio che tutto resterà dolorosamente come prima sia pure con un po' di consapevolezza e di pietà in più. La madre svagata ed egoista se ne va incapace di sopportare la vita della figlia: via verso nuovi successi, apparentemente vittoriosa mentre in realtà è sconfitta. La figlia resterà inchiodata al suo perbenismo, a una vita che sostanzialmente odia, accanto al marito indulgente e non amato, con la sorella malata (che non vediamo mai) da assistere, persa dietro il rimpianto dell'infanzia e della giovinezza perdute.

Eppure siamo catturati dal barlume di speranza che aleggia su questo mondo dove l'ossessione dell'arte si rispecchia nel baratro della solitudine umana. Merito anche della regia di Maurizio Panici che con delicatezza ha mosso i fili aggrovigliati di questa vera e propria sonata di fantasmi, inserendovi un ritmo meno angoscioso, giocando sulle diverse psicologie ma lasciando giustamente spazio alle sue due attrici che costruiscono fra di loro una fitta rete di rimandi, di gesti, di toni da manuale sull'onda delle musiche di Edvard Grieg e di Frédéric Chopin. Fra oggetti che vanno e che vengono -un letto, una poltrona, un piano, una scrivania - si snoda dunque sotto lo sguardo indulgente del marito interpretato con misura da Marco Balbi - questo finale di partita fra madre e figlia, che ci cattura e che richiede da parte del pubblico la sensibilità e la disponibilità di seguire le attrici nel loro inquietante ma anche stimolante corpo a corpo.

di maria grazia gregori

(12:48 - 13 mag 2008)



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