Un luogo bellissimo e poco conosciuto, uno di quei luoghi tanto carichi di storia e di suggestioni che quasi ti stupisci di trovarli nelle campagne lombarde, fra i centri commerciali e gli svincoli delle autostrade, e al suo interno uno spettacolo di rara intensità, che si adattava alla perfezione alle atmosfere di quell'ambiente per il quale sembrava essere stato appositamente creato. In effetti non capita spesso, questo totale compenetrarsi del freddo della pietra e del calore dei corpi e delle voci, questo ideale combinarsi di emozioni architettoniche e teatrali: e quando capita, non si può non restarne profondamente colpiti.
Il luogo è la Rotonda di San Tomè, una sconvolgente cappella di sasso del 1100, di forma circolare, metà chiesa romanica e metà struttura fortificata, splendida nella sua grazia austeramente disadorna: si trova sulle colline sopra Bergamo, ad Almenno San Bartolomeo. Lo spettacolo è Rosvitadel Teatro delle Albe, una lettura - o per meglio dire un'impressionante performance vocale - che Ermanna Montanari ha ricavato dalle opere della monaca sassone divenuta, poco prima dell'anno Mille, la prima autrice femminile della scena europea. A presentarlo è stato il festival deSidera, una densa rassegna dedicata ai temi del sacro.
Questo sottofondo spirituale offriva la cornice giusta per evocarvi le sue storie di sacrificio e di martirio cercato in nome della fede? Solo all'apparenza, perché l'animo della devota Rosvita ci appare oggi assai più tortuoso e ambiguo. Da un lato la furia con cui si abbandona alle sue torbide visioni di seni tagliati e teste mozze sconfina quasi in una sorta di sensuale crudeltà, di carnale, pagana ferocia, che costituisce forse il suo aspetto più moderno. Dall'altro gli spietati ritratti di padri autoritari, di maschi ottusi e violenti, e l'insondabile sfida di quelle vergini che accettano cantando il supplizio sembrano suggerire un misterioso riscatto della donna.
Questo intreccio di estasi infiammata e di gelide passioni veniva affrontato attraverso i frammenti di quattro testi, analoghi per tono e ispirazione: sola in mezzo a un piccolo recinto di lampadine, col supporto sonoro di tre giovani cantanti e dei loro inni gregoriani, l'attrice incarnava le parole di tutti i personaggi, conferiva a ciascuno di loro un'allucinata cifra espressiva, ne svelava gli abissi interiori con impressionante adesione. Sono incredibili le zone d'ombra, le nere perfidie che questa mite signora della scena riesce a far trapelare: quando emetteva gli accenti virili del lascivo prefetto Dulcizio aveva davvero qualcosa di sinistro, di spettrale.
di renato palazzi
(20:10 - 29 giu 2008)
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