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23:59 - mercoledì 08 febbraio 2012


Orson Welles' roast

Beppe Battiston, attore popolarissimo e pluripremiato del nostro cinema, vanta esperienze teatrali altrettanto significative, ma forse meno note al grande pubblico. E' da sempre corpulento, dotato cioè di quella particolare grazia scenica che è propria di chi ha volumi consistenti, senza rientrare però nella tipologia dei grassi. Una volta aveva provato a dimagrire. Era diventato bellissimo, somigliava a Brad Pitt, ma pare che nessuno lo volesse più. Il regista che l'aveva scritturato minacciava addirittura di sostituirlo: un po' perché i suoi costumi erano tutti da rifare, un po' perché aveva perso qualcosa della sua peculiare fisionomia artistica.

Sarà probabilmente anche per questa affinità di stazza fisica che Battiston - diretto e affiancato nella stesura del testo da Michele De Vita Conti - ha scelto di accostarsi alla figura di Orson Welles. Certo è che l'attore friulano palesemente ne richiama certi tratti esteriori. E la sua sorprendente adesione al personaggio, che quasi trascende la mera immedesimazione, passa in gran parte da un linguaggio del corpo: non tanto il peso, né la rotondità delle forme, ma una sorta di morbida pinguedine interiore, suggerita, ancor più che dalla pancia, dal sigaro che fuma, dall'accappatoio che indossa, dall'indolente accento americano che sfoggia.

Il monologo, costruito in larga misura su stralci di interviste rilasciate nel tempo da Welles, e integrate da improvvisazioni dello stesso Battiston, parte non a caso da riflessioni sul cibo (folgorante la battuta iniziale: "il medico mi ha proibito di preparare cene per quattro persone, a meno che a tavola non ci siano anche gli altri tre") per poi parlare via via del suo amato Falstaff, dell'Inghilterra, di Shakespeare, dei duecento attori neri utilizzati per rappresentare Macbeth, del musical dal Giro del mondo in ottanta giorni con musiche di Cole Porter, dei marziani, la cui invasione annunciò in una mitica trasmissione radiofonica.

Perché proporre uno spettacolo sul grande cineasta americano? Perché l'autore di Citizen Kane viene evidentemente assunto a emblema delle contraddizioni e delle ambiguità dell'artista in quel momento-chiave del Novecento in cui l'industria hollywoodiana va alla conquista del mondo. E infatti, intelligentemente, il protagonista viene colto in una luce tutt'altro che agiografica: anzi, l'immagine che ne esce è sostanzialmente acida, cattiva, a tratti sottilmente derisoria. Ed è travolgente la bravura con cui Battiston tratteggia un graffiante ritratto di quella star buffamente cinica,malevola, fra lampi di ingegno e insospettabili bassezze.

di renato palazzi

(14:43 - 16 lug 2008)



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