delTeatro - arte,danza,opera
Baldini Castoldi Dalai editore

Path

Home > Recensioni> Re Lear al Globe. Roma, Italia

04:25 - sabato 20 marzo 2010


Re Lear al Globe. Roma, Italia

Ora voi immaginatevi il cronista di teatro che, dopo aver diligentemente parcheggiato la Vespa in cima a via Veneto, vicino al caffè caro a Fellini, si incammina sul far della sera sotto i pini di Villa Borghese. E pur andando spedito a memoria, diretto verso Piazza di Siena, quella spianata dove i Carabinieri ogni anno rifanno la carica a cavallo, una volta superata la casina di Raffaello, un edificio settecentesco, perde l'orientamento. Sarà il buio della sera in arrivo, sarà la scarsa frequentazione del polmone verde di Roma, fatto sta che il critico ha perso di vista l'obiettivo del suo peregrinare, e allora si trova costretto a chiedere al passante: "Scusi, sa dov'è il Globe Theatre?" L'uomo, mostrando una preparazione superiore alla media e una certa presenza di spirito, risponde disinvolto: "Certo, a Londra".

Capite l'imbarazzo? Come spiegare che no, che il Globe Theatre è a Roma e proprio lì, a Villa Borghese, tra il Galoppatoio e il Pincio? Come dire che accanto alla Fortezzuola del Settecento c'è la copia esatta del Globe di Shakespeare? Il fatto è curioso e ormai noto ai più. Un imprenditore di successo, Silvano Toti, uno di quelli che a Roma chiamano "palazzinari", ha deciso di lasciare in dono alla sua città un teatro: un gesto di liberalità, di generosità, bello e apprezzabile. Gli eredi di Silvano Toti si sono rivolti, ovviamente a chi meglio rappresenta il teatro romano: Gigi Proietti. Il quale, si legge nelle note di sala, con "un'intuizione" delle sue, ha sentenziato: facciamo il Globe a Villa Borghese. Non ha pensato, che so, di ricostruire il romanissimo Teatro Apollo, inaugurato nel 1795 sul lungotevere, a Tor di Nona, dove nel 1853 Verdi diede la prima del Trovatore, né di recuperare una delle storiche "cantine" romane (come l'Alberichino, tanto per citarne uno che non esiste più), oppure di sostenere teatri in perenne crisi ma vitali, come il Beat 72 di Simone Carella.

No, Proietti vuole il Globe. Il sindaco di allora è d'accordo e i Toti fanno il Globe in meno tempo di quello che ha impiegato la città di Londra per ricostruire l'"originale" dov'era e com'era. Allora il cronista si avvicina stordito: intravede la pianta ottagonale, il legno bianco, e si sente subito a Disneyland. La sensazione è simile a quella che si prova di fronte al Castello Stregato o alla nave di capitan Uncino; oppure simile a quella che devono provare i turisti di Las Vegas quando entrano in un albergone e si trovano a Venezia: tutto finto, ma non importa. Importante è il divertimento. Il botteghino e il bar sono due chalet prefabbricati stile valdostano. Ma non importa.

C'è gente, curiosa, allegra. Lo spettacolo in programma è Re Lear, regia di Daniele Salvo. Molti si sono già sistemati con cuscini e bottigliette d'acqua, seduti in terra; altri prendono posto nelle gallerie: c'è il clima di un concerto, o di una gita fuori porta. Lo straniamento è totale: dove siamo? Il cronista conquista la sua panca, si siede tra cellulari trillanti e spray antizanzare spruzzati senza remore da spettatori timorosi o previdenti. Stralcio di conversazione: "Pare proprio di essere a Londra", dice qualcuno, e l'altra risponde: "Come Shakespeare in Love!" (giuro che l'ho sentito).

Che dire dello spettacolo? Daniele Salvo, da bravo regista qual è, ha montato un drammone in costume d'epoca, qualcosa che ricorda più gli sceneggiati tv in bianco e nero che non una visione critica della tragedia di Shakespeare. Ma come dargli torto? Che altro fare in quel baraccone? Usa proiezioni e velatini, spreme al massimo un buon cast, in cui Ugo Pagliai è un Lear credibile, appassionato, statuario nel suo recitar di tradizione e mestiere. Accanto a lui sono brave le figlie - ottima e divertente Melania Giglio come Goneril, garbata la Cordelia di Federica Bern, brava Loredana Piedimonte come Regan. Vibrante l'Edmund di Giacinto Palmarini e cinicamente isterico il fool di Francesco Colella.

Ma come stare dietro (o dentro) a questo spettacolo? No, non si può. Sarà per il teatro farlocco, per quei costumi d'antan, per l'amplificazione che toglie ogni sfumatura, ma prevale un senso di surrealtà: e così, tra ululati e fumo, tra alabarde e spade sguainate, gong e squilli di tromba, il critico fa la parte dell'intellettuale decadente. Spaesato, decisamente perplesso, fugge alla chetichella, sgarbatamente prima della fine, recupera la Vespa e si lascia alle spalle "l'intuizione" di Gigi Proietti.

di andrea porcheddu

(10:01 - 05 ago 2008)



VOTA LO SPETTACOLO

1| *

2| **

3| ***

4| ****

5 *****

I vostri commenti

Nostromo scrive alle 12:46 - ven 05 set 2008
Questo commento sul Globe a Villa Borghese poteva anche non essere scritto. Il guaio non è il Globe, che anzi è una ottima idea. Il guaio sono i registi incompetenti e gli attori pigri che, siccome non sanno più sostenere la voce, non possono fare a meno dell'amplificazione, con effetti orrendi in quel fiore di legno. E i critici che non capiscono dove si trovano. Su, Porcheddu, meno narcisismo e più libri.


Vuoi dire la tua?

Login

Non sei registrato? registrati

Voto utenti:7

Contenuti correlati


Leggi anche…

» trova tutti


Le ultime recensioni

17/03/2010
Die Panne

17/03/2010
Giulietta

17/03/2010
La Borto

14/03/2010
Il castello dei clandestini

13/03/2010
Il Candido Frankenstein di Massini

» archivio





Cerca nel sito

» ricerca avanzata


Login

Non sei registrato?
» registrati

Hai dimenticato la password?