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15:52 - luned́ 21 maggio 2012


Crac

C'è una interessante ondata di attenzione per l'universo adolescenziale. Quelle figurette marginali, spesso irrisolte, magre e incappucciate, che si aggirano per i gironi infernali di vite periferiche, sono diventate protagoniste di spettacoli che cercano di investigare i motivi di prolungati silenzi, sogni semplici, violenze inattese.

Dopo film inquietanti come quelli realizzati da Gus van Sant, Moore, Hardwicke e i nuovi di Kechiche o Plà, anche il nostro teatro affonda lo sguardo in questa epoca buia. L'adolescenza come stagione di trasformazione e disincanto, di solitudine e passione: dai Palottini del Teatro delle Albe a Hey Girl! (leggi la recensione) della Societas alle nuove tappe di lavoro di Motus, al centro della scena appaiono dunque queste figure inafferrabili, che possiamo incontrare in strada o in discoteca, tra skateboard e iPod.

Con X(Ics) - racconti crudeli della giovinezza, la compagnia riminese ha dunque scelto di procedere per tappe in questa indagine sul corpo adolescenziale e sul suo occultamento o negazione. Come sempre attenti alla visione, all'estetica del contemporaneo, Casagrande e Nicolò non potevano non rimanere affascinati da un mondo che ha precise regole estetiche, tanto forti da diventare caratterizzanti elementi di socializzazione. Eclettismo e sincretismo, musica e pattini a rotelle, video e immagini sono dunque le labili chiavi di accesso all'universo adolescenziale, naturalmente sempre più spinto all'autoconfessione come all'autoesibizione virtuale su youtube, al diario on line di myspace come all'autismo programmatico, alla afflizione corporale per manifesta incapacità nel sopportare il dolore come all'estraneità assoluta alle cose del mondo.

Videogame e sintetizzatori, musiche ipnotiche e droghe sintetiche, timidezze e ossessioni, sesso ginnico e lavoro sul corpo, questo "ostinato presente" viene preso come oggetto nella ricognizione dei Motus, che regista ora un nuovo capitolo con Crac, presentato al vivacissimo festival Short Theatre di Roma.

Crac è forse un'istallazione o - come si dice con una parola ormai abusata - una "performance", un breve gioco visivo e virtuale che pure accende una scintilla di umanità nel riflesso sperduto e sparuto di una filiforme fanciulla, che si avventa sul palco pattinando in tondo. Una circonferenza a terra, un'altra più piccola sulla parete di fondo: qui, come schermo e mondo, prendono vita immagini, suggestioni ipnotiche, memorie di videogame come packman, elettrocardiogrammi immaginari, grate e gabbie di una mente che al centro del palco, seduta o sdraiata, subisce, nega, produce, evita, stimola, spiega, combatte.

Un micromondo che può essere la cameretta (luogo simbolo della generazione adolescente) tagliata da fasci di luce che irrompono dall'esterno, o la strada - luogo della estraneità, della solitudine. Ed è proprio la dirompente solitudine che la androgina ed esile Silvia Calderoni fa emergere con rassegnata violenza, con l'ardore di dover sopravvivere in un ambiente che non si conosce e non si capisce, di dover assaggiare e patire esistenze imposte e allo sbando. In Crac il rumore di fondo è quello di tante voci qualunque, spesso volgari, cori da stadio o marcette fasciste, schianti d'automobile e chiacchiere da bar. La realtà, intorno al quel cerchio magico ed astratto, è quella di sempre, è tutta lì: niente più utopie o rivoluzioni all'orizzonte. Ma dentro - o sotto - quel tappeto magico che è la proiezione concreta di un universo mentale, ribolle un dolore commovente.

di andrea porcheddu

(15:29 - 19 set 2008)



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