Nel bosco degli spiriti, testo che Cesare Mazzonis ha tratto da un romanzo scritto nell'inglese tipico dei popoli colonizzati dal nigeriano Amos Tutuola, uomo dalla vita avventurosa, scomparso poco più di dieci anni fa, è lo spettacolo messo in scena da Luca Ronconi, con il quale si è inaugurato, nel borgo medioevale di Solomeo, il nuovissimo e bellissimo Teatro Cucinelli. Nato dal sogno di un industriale leader del cashmere, umanista e innamorato del bello, il teatro - che ha come dichiarati modelli i teatri rinascimentali, e che porta sul frontone, ritmato da colonne ioniche, la scritta "B.Cucinelli creavit MMVIII" -, con il suo soffitto a capriate, può contare su circa 240 posti e su di una visione e un'acustica pressoché perfette.
Nel bosco degli spiriti nasce dalla collaborazione di Ronconi, Mazzonis e del musicista Ludovico Einaudi e racconta un viaggio reale e metaforico che si trasforma in un'iniziazione. Il viaggio è quello che il protagonista compie verso il regno dell'oltretomba alla ricerca del suo spillatore di vino di palma, che è morto. L'uomo, che non può tornare, gli regala un uovo: un amuleto attraverso il quale potrà ottenere ciò che vuole; ma lui lo userà per chiedere l'acqua per la gente del suo villaggio che rischia la distruzione e la morte a causa della grave siccità.
In quel bosco, il protagonista incontra esseri straordinari: un bambino mostruoso che sembra uscito da un fumetto, una madre dagli occhi lampeggianti, la Superlady, gli spiriti che mangiano i ragni e una serie di creature terrificanti, incantatrici e comiche che si confrontano, che si raccontano e che, allo stesso tempo, creano la realtà.
È proprio su questo materiale favolistico, ingenuo e incandescente insieme, che Luca Ronconi - senza dubbio il nostro regista più affascinato dalla favola fin dai tempi mitici dell'Orlando furioso di Ariosto, ha costruito uno spettacolo avvincente e di una bellezza casta, pieno di interrogativi sul destino degli uomini, sul senso della vita e della morte. E dove il meraviglioso della favola si snoda come un racconto che ci viene narrato con bravura e autorevolezza da Fausto Russo Alesi, sviluppandosi e prendendo forza grazie alle avvolgenti musiche elettroniche di Einaudi che si mescolano ai rumori della vita e alla sue parole.
Accompagnano il musicista, che seduto al piano è sempre presente in scena, musicisti del Mali costretti a confrontarsi per la prima volta con l'elettronica, e la voce meravigliosa della cantante Rokia Traorè. Un intrecciarsi di suoni e di parole, di canto e di forte gestualità (la danza di Ibrahim Outtara) che si trasformano, nelle inventive scene di Margherita Palli, in immagini viventi (gli interpreti sono, oltre a Fausto Russo Alesi, Riccardo Bini, Vinicio Marchioni, Fabrizio Nevola e Marco Vergani), che con l'aiuto di maschere inquietanti si trasformano in fantasmi di un sogno fantastico e grottesco, fra botole che si spalancano, finestre e porte che si aprono all'interno di pareti che sono in realtà come grandi schermi che si animano eruttando personaggi. Uno spettacolo fatto di rigore e di poesia, non etnico né, tantomeno, folklorico. Piuttosto utopico come un ponte ideale gettato fra arti diverse.
di maria grazia gregori
(16:57 - 09 set 2008)
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