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04:42 - giovedì 24 maggio 2012


Sandokan o la fine della avventura

Nell'immaginario collettivo di una certa generazione, la scena in cui Kabir Bedi-Sandokan salta e con il coltello kriss taglia la pancia alla tigre di fronte agli occhi incantati della Perla di Labuan è indimenticabile. Così come la sigla firmata dagli Oliver Onions, al secolo Guido e Maurizio De Angelis, rimarrà per sempre nella memoria: basta un piccolo accenno per far scattare il coro entusiasta.

Il fatto è che quello sceneggiato Tv, diretto con mano sicura da Sergio Sollima nel 1974, accese la fantasia di tutti, in particolare di chi, come il sottoscritto, veleggiava fiero verso i dieci anni. La stessa magia che il maestro Emilio Salgari, genio indiscusso delle lettere, sapeva infondere con i suoi romanzi d'avventura , tornava infatti quasi rafforzata nello splendore del colore televisivo e nei volti di Bedi, Carole André, Adolfo Celi (cattivissimo) e Philippe Leroy (indimenticabile Yanez).

Il povero Salgari, è noto, non fece mai viaggi tra i pirati delle Malesia o nei Caraibi del Corsaro nero. Tra Verona, Torino e Genova visse un'esistenza grigia, oppresso da debiti e depressioni fino a che non riuscì a suicidarsi. Ma tra il salotto e la camera da letto, tra la cucina e una passeggiata, inventava, sognava, scriveva alcuni tra i più bei romanzi che in troppi si ostinano a considerare per ragazzi.

Proprio alle suggestioni di Sandokan hanno attinto i pisani Sacchi di Sabbia per dar vita ad uno "spettacolo da camera" di grande ironia. Se Aldo Trionfo, nel 1970, aveva scelto un salottino primi Novecento, tra panni da stirare e numerosa prole da accudire per raccontare gli ardori della Tigre di Mompracem, la "camera" adottata nell'allestimento dei Sacchi di Sabbia è, più o meno, una cucina: attorno ad un tavolo si raccolgono i quattro personaggi che, indossato il grembiule, iniziano a raccontare-vivere le intricate gesta del pirata malese.

Perno dell'azione è l'ortaggio, in tutte le sue declinazioni: carote-soldatini, sedani-foresta, pomodori rosso sangue, patate-bombe, prezzemolo ornamentale. E poi cucchiai di legno come spade, grattugie come cannoni, una bacinella piena d'acqua per il mare del Borneo, scottex per cannocchiali, e ancora sacchetti di carta, coltellini, tritatutto...

Il racconto si affaccia alla mente degli spettatori, per poi esplodere con una frenesia folle che contagia. Il gruppo, che si definisce tosco-napoletano, dal suo esordio gioca impunemente tutte le carte della commedia, e trova in Giovanni Guerrieri uno stralunato alfiere, qui un Sandokan donchisciottesco che forse non crede a quel che fa. Accanto a lui, Giulia Gallo si muta da mesta narratrice in una Perla di Labuan che è un'erinni nevrotica, mentre Gabriele Carli ed Enzo Illiano si alternano nei mille altri personaggi della vicenda.

E allora si ride alle invenzioni continue e surreali, in un gioco che riattiva ricordi e nostalgie. Il problema, semmai - e lo facevano notare alcuni spettatori - e che le "nuove generazioni" hanno dimenticano non solo Salgari, ma anche Kabir Bedi e lo sceneggiato, con buona pace di Sandokan e dei suoi tigrotti. Il rischio, quindi, è che il gioco della memoria funzioni a metà, che la madeleine della Tigre di Mompracem non evochi nulla: in questi anni accelerati, futili e violenti, Salgari è finito in soffitta, insieme - povero lui - a tremori d'amore di Liala.

La questione certo non deve preoccupare gli attori in scena, che per quanto decisamente efficaci, dovranno piuttosto limare gli snodi di narrazione, un po' sottotono e meccanici. Visto nell'ambito di Short Theatr3, al Teatro India di Roma, questo Sandokan o la fine della avventura ha riscosso caloroso successo.

di andrea porcheddu

(18:12 - 16 set 2008)



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