Per quelle fantastiche coincidenze, del tutto imprevedibili, che sembrano dare senso a situazioni stantie e animare declinanti prospettive, ecco che il banale inizio della stagione teatrale romana offre una inconsueta possibilità di riflessione. Da un lato, infatti, abbiamo la monumentale e per questo inutilizzabile Filumena Marturano, diretta da Francesco Rosi; dall'altro abbiamo uno spettacolo come Lina, scritto da Massimo Salvianti e messo in scena da Pierpaolo Sepe.
Lungi da noi confrontare De Filippo con Salvianti, l'attore della compagnia Arca Azzurra qui in veste di premiato (premio Candoni) autore: si farebbe torto a quest'ultimo nel porlo su una simile graticola. Ma quel che è divertente constatare è che la storia della madre coraggio eduardiana, entrata talmente nell'immaginario collettivo da diventare proverbiale, sembra avere una piccola, cisposa, tignosa erede in Lina, personaggio grazie al quale una straordinaria Fulvia Carotenuto fa impallidire la pur brava Lina Sastri, protagonista dello spettacolo di Rosi. La scuola di Ugo Chiti, insomma, dà buoni frutti; e se il maestro - sicuramente uno dei maggiori autori italiani del dopoguerra - ha sempre avuto un occhio privilegiato per la sua Toscana e per storie collettive, l'erede (per così dire), fa intrecciare Firenze con Napoli, e pone al centro del suo testo una donna e il suo essere madre.
La storia raccontata da Salvianti, allora, gioca sul filo di una fragile memoria: Lina è donna napoletana, da anni semplice internata in un manicomio. Vittima di elettroshock o terapie pesanti, si trova ad avere a che fare con un medico da "psichiatria democratica", uno illuminato, insomma, che comincia a trattarla da essere umano, a farla raccontare. Così, lentamente e con dolore, in un napoletano forte e immediato, umanissimo quanto ingenuo, Lina svela - o meglio rappresenta - la sua storia. Rimasta incinta, giovanissima, per un amore con un guappo poi ucciso, Lina viene presa a servizio da un maresciallo dei carabinieri, il quale si "adotta" anche la nascitura. La bimba cresce inconsapevole nella nuova famiglia, la matrigna morirà presto e verrà subito sostituita da un'altra donna, più giovane. Lina è sempre in casa: felice di poter assicurare così a sua figlia un futuro sereno, senza gli stenti dei "bassi" a cui sarebbe stata condannata. Ma il maresciallo, uomo arrogante e violento, alla fine concentrerà le sue attenzioni proprio sulla bimba ormai adolescente. Lina, che pure tutto ha sopportato, questa volta non sopporterà: e ucciderà l'uomo. Condannata al manicomio per mancanza di movente. Perché lei non ha parlato, non ha spiegato, non si è difesa.
E la troviamo, allora, alle prese con i ricordi, la memoria, l'angoscia, i dubbi per quell'amore materno portato orgogliosamente fino alla fine, nonostante tutto. Madre, insomma, fiera e coraggiosa, delicata e affettuosa, pronta a sacrificare la sua vita per salvaguardare la sorte della figlia.
Pierpaolo Sepe, che è un bravo regista e sa il suo mestiere, mette tutti in una struttura agile eppur incombente: uno spaccato d'architettura razionalista, che fa tanto edificio di controllo e contenimento, ma che lascia sospesa la collocazione temporale della vicenda. Poi, con pochi elementi scenici (ma con una musica onnipresente e a tratti eccessiva) lascia andare la storia, che procede per svelamenti successivi, quasi come in un noir. Contando soprattutto sulla grande interpretazione della sua protagonista, che è brava, dolorosamente coinvolgente, amaramente consapevole. Quelli che le sono attorno - il medico, l'infermiera, il maresciallo, la figlia - forse sono ricordi, o forse solo sogni della donna che ha, dice lei, la "memoria cieca". Figure evanescenti, certo: non sappiamo se stiamo assistendo alla guarigione di un caso clinico accompagnato da flashback, o se siamo nel mezzo di un delirio onirico senza senso: è vero quel che racconta Lina? Probabilmente sì. Forse la cura ha senso ed è efficace. Certo è che nella grande legge della causa e dell'effetto che governa il mondo, Lina conosce bene le cause del suo gesto, ne subisce ostinatamente l'effetto. Il resto conta poco.
Accanto alla verve della Carotenuto, regge bene il maresciallo di Marco Natalucci, viscido e imperioso quanto basta; è forse sin troppo elegante, bella e sinuosa Irma Ciaramella, nel ruolo di una infermiera più nobile che servizievole; e se suona troppo ingessato il medico che Andrea Manzalini non sembra voler approfondire, decisamente convenzionale è la ragazzina di Emanuela Lumare, tutta passettini e scarpine.
Ma per quanto sporco o a tratti irrisolto, il lavoro, visto al Piccolo Eliseo, funziona: si fa amare proprio per la sua scontrosità, per quell'aria arruffata e vorticosa, per quell'imperfezione che sembra tanto bella se messa a confronto con il mausoleo a De Filippo allestito all'Argentina.
di andrea porcheddu
(17:06 - 29 ott 2008)
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