Caro a una ristretta ma fedele cerchia di fans, il gruppo inglese Forced Entertainment è una delle formazioni di punta dell'odierna ricerca teatrale. In Italia è noto soprattutto per il graffiante Exquisite pain (leggi la recensione), in cui un'attrice seduta dietro un tavolino recita cento volte di fila, con minime variazioni, la fine di un amore, e un attore seduto dietro un altro tavolino espone un'incredibile lista di disgrazie realmente occorse a una serie di persone interpellate: all'inizio la storia d'amore sembra devastante, e il resto passa quasi in secondo piano. Poi gli equilibri a poco a poco si spostano, e la tragedia vera diventa quella evocata dalle varie testimonianze.
Anche nella sua nuova creazione, Spectacular, vista al festival Vie di Modena, il regista Tim Etchells lavora sulla disgregazione delle convenzioni rappresentative e sugli incerti rapporti tra realtà e finzione. A condurre il gioco è stavolta un improbabile attore che si presenta alla ribalta con un assurdo costume da scheletro, per giunta inadatto al suo fisico tarchiato e alla sua pancia prominente: comincia a rivolgersi direttamente al pubblico, e coi toni falsamente casuali di un vecchio intrattenitore avverte che alle sue spalle ci sarebbe dovuto essere uno spettacolo vero e proprio, con le scenografie, le ballerine, l'orchestra.
Al suo fianco, dopo un po', appare l'immancabile presenza femminile che anziché sproloquiare, come l'uomo sta facendo, si piazza in un angolo del palco e si mette a mimare con esagerato zelo gli ansiti, i gemiti, le convulsioni di un moribondo. Per certi aspetti, si ripropone lo stesso schema paradossale di riflessione sulla verità e la menzogna del teatro già sperimentato nell'altro lavoro: lui racconta uno spettacolo inesistente, e sembra renderlo sorprendentemente reale, presente, pieno di calore. Lei compie fisicamente, concretamente la sua azione scenica, e ne evidenzia con inesorabile spietatezza il carattere di vacua simulazione.
È anche singolare il fatto che Etchells, nell'attuare questa sua spiazzante dimostrazione, come materia per le fantasie evocate dall'attore non scelga un grande allestimento scespiriano, ma un povero varietà da guitti di provincia. Ciò che conta in questo caso, si direbbe, non è la nobiltà dell'evento, ma la passione, lo stupore con cui l'uomo lo descrive. Le sue parole suggeriscono quasi una scalcinata nostalgia per quegli effetti d'altri tempi, che alla lunga diventa persino sottilmente struggente: ed è l'ulteriore riprova che la verità artistica, per l'estroso regista, non discende dall'apparato, ma da un'imprevedibile alchimia delle emozioni.
di renato palazzi
(16:57 - 15 ott 2008)
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