Continua il viaggio dentro l'emarginazione del Teatro delle Albe di Ravenna, Ma questa volta il regista Marco Martinelli non si confronta con la decadenza e la violenza di un quartiere, di una città come è successo con il Progetto Arrevuoto a Napoli (leggi l'intervista), ma con un autore limaccioso e violento, dalla forte ispirazione, estremamente originale come Antonio Tarantino, talento irregolare della nostra drammaturgia rivelatosi circa dieci anni fa con testi che hanno lasciato il segno. Stranieri si intitola questo nuovo lavoro a tre in cui il drammaturgo torinese costruisce personaggi come sempre borderline, questa volta non riscattati da una qualsivoglia passione, ma condannati al disamore, alla solitudine, all'inferno familiare. Il luogo in cui Martinelli ambienta Stranieri è una specie di casa bunker (simile a quella di Sterminio il suo precedente spettacolo), che contiene allo stesso tempo spettatori e personaggi che ci vengono mostrati non appena si alza il sipario.
Il luogo concentrazionario nel quale ci troviamo si rispecchia, in qualche modo si raddoppia, nella stanza dove un uomo vive solo con se stesso in un delirio continuo andando avanti e indietro nella propria vita, al presente costellata dal terrore di essere perseguitato, in qualche modo ricercato da stranieri che vogliono derubarlo. Pazza idea che gli nasce dal continuo bussare di esseri misteriosi alla sua porta, quasi un ultimatum. Ma, in quel luogo indefinito dell'Alta Italia, accanto alla paura del diverso, di chi non è come noi che - come la quotidianità ci dimostra - alimenta quell'incertezza che spesso sconfina nella violenza feroce e gratuita, al di là di quella porta arrivano, anche in parte evocati dal suo ricordo, una donna e un giovane uomo, la moglie e il figlio del protagonista: fantasmi perché sono morti, venuti a prendersi, per portare via con sé, quello che è stato il carnefice psicologico e fisico della loro infelice vita, che sta scendendo nel gorgo della follia, sconciamente travestito da donna.
Messo di fronte a un testo limaccioso di un iperrealismo che sconfina nel grottesco, Martinelli ha scelto di muoversi su un fronte rarefatto, quasi simbolico, quello del film che permette allo spettatore di andare dentro e fuori quella stanza degli orrori della mente e di mostrarci l'esterno di una casa borghese che nasconde, dietro il perbenismo della facciata e le più volte citate piante di aspidistra, un vero e proprio inferno.
Anche gli attori che interpretano la moglie e il figlio, la sempre brava Ermanna Montanari e il giovane Alessandro Renda, giocano sul filo del rasoio di una duplicità evocativa, apparenze di una tragedia familiare fatta di sopraffazione e di violenza che non trova né pace né conclusione. A loro, che sono le vittime, si contrappone non solo idealmente ma anche fisicamente il marito-padre interpretato da Luigi Dadina: limacciosa anima nera, crudele misantropo dalla stolida prepotenza, grottesco esempio di una fisicità e personalità degradata.
di maria grazia gregori
(17:03 - 16 ott 2008)
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