Si sa che con qualche trucco del mestiere non è difficile far pensare che un ottimo spettacolo sia una vera schifezza, o più frequentemente che uno spettacolo non riuscito sia un inarrivabile capolavoro: non c'è, però, artificio critico che possa a mio avviso attribuire dei significati profondi a Warum Warum, la nuova proposta di Peter Brook, presentata al festival Vie di Modena. A ottantatre anni, anche un maestro della scena può incorrere in un passo falso. Il risultato è tuttavia tanto inconsistente da suscitare il dubbio che il regista vi abbia messo mano solo da lontano, e che il grosso dell'impegno sia toccato a un discepolo o a un assistente.
In Warum Warum - in tedesco, la lingua nella quale il canovaccio è recitato, il titolo suggerisce un raddoppiamento della parola "perché", implicando in qualche modo un'insistente richiesta di risposte - Brook ha raccolto alcuni brevi testi di illustri esponenti delle avanguardie teatrali del primo Novecento: si riconoscono così dei brani del profeta del teatro della crudeltà Antonin Artaud, del teorico della "supermarionetta" Gordon Craig, dell'inventore della biomeccanica Vsevolod Meyerchol'd, dell'attore-pedagogo Charles Dullin, mescolati con riflessioni di Zeami, il padre del teatro Nô, e con frammenti di diverse opere di Shakespeare.
L'intento da cui nasce l'operazione, via via sempre più esplicito, è quello di tracciare una sorta di interrogativo autobiografico sulle ragioni del fare teatro. Ma l'utilizzo di citazioni ispirate a stili di scrittura del tutto diversi (senza per giunta citarne gli autori), e l'ordine spezzettato, apparentemente casuale con cui la fedele drammaturga Marie-Hélène Estienne ha composto il variegato "montaggio", rendono ardua la ricostruzione di un tragitto verso un senso compiuto. Restano sprazzi di domande sulla natura dell'identità dell'artista, e l'apologo finale che dà sostanza a quell'unico quesito posto come un estremo suggello: "perché?".
Questa breve corsa alla ricerca delle proprie radici intellettuali dovrebbe avere un taglio lieve e sottilmente ironico: l'attrice Miriam Goldschmidt, tedesca di origini asiatiche, come piace al regista, pur vantando una formazione legata soprattutto alla danza e al movimento, punta invece su una gestualità un po' legnosa, e ostenta intonazioni roche, quasi sarcastiche, piuttosto in contrasto con l'andamento rarefatto del copione. L'aspetto più affascinante è l'accompagnamento musicale, affidato al compositore siciliano Francesco Agnello, che ricava particolari sonorità da un hang, uno strano strumento formato da due gusci di metallo uniti insieme.
di renato palazzi
(15:52 - 14 ott 2008)
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