La piccola sala del Teatro i è quasi del tutto invasa da un dolce pendio erboso su cui il pubblico è invitato a sistemarsi sedendo per terra o su minuscoli sgabelli. L'incongruo praticello degrada verso il fondo, dove di norma dovrebbe essere collocato il palcoscenico: al suo posto, una parete trasparente che rivela al proprio interno una tenue bruma azzurrina da cui emergono a poco a poco - ma sempre restando sfumate, indistinte - le sagome di quattro personaggi dall'aria spettrale, che si trascinano sul pavimento come se risalissero dal suolo: una quinta figura, su un lato della parete, sosta immobile, come in attesa di entrare.
I quattro - tre uomini e una donna - parlano con voci trasognate, rese ovattate dai microfoni: apprendiamo che si trovano in un luogo ignoto, chiamato "casa" in assenza di altre definizioni, e che di luoghi come quello ce ne sono probabilmente diversi, dove ogni tanto arriva qualcuno dall'esterno, e così stabilisce una distinzione fra dentro e fuori. Forse, però, in questa "casa" chi è fuori esce, non entra. O forse invece si tratta solo di un paradosso logico della ragazza, che ha la passione dei giochi di parole. Tutto, comunque, induce a ritenere che si tratti di un misterioso mondo dei morti.
Poi il quinto individuo - che porta un cappello triangolare, e potrebbe essere stato Napoleone - viene introdotto, ed essendo evidentemente il più inquieto del gruppo varca subito la seconda soglia che si apre dalla parte opposta, da cui gli altri si tengono a distanza: prosegue le sue esplorazioni nelle "case" successive, e scopre così una sequenza di ambienti tutti uguali, dove entità assolutamente identiche a loro compiono il proprio viaggio da una stanza all'altra, verso una meta sconosciuta. Dunque, ci troviamo verosimilmente di fronte a una metafora non della morte ma della vita, di una vita che è un vuoto percorso verso il nulla.
Proponendo questo testo di Manganelli - affrontato da Carmelo Bene nel '74 - Renzo Martinelli compie un recupero interessante. Non è, credo, un capolavoro, ma un raffinato esercizio stilistico. A tratti può far pensare a Beckett, ma il riferimento è a mio avviso ingannevole, perché le radici della sua scrittura sono più letterarie che teatrali: il tema dell'incontro coi "doppi" rimanda a Borges e a tutto il filone del racconto fantastico sudamericano. Si sente l'epoca in cui è stato creato, un'epoca in cui il nuovo teatro non cercava di afferrare la realtà, ma in vario modo di distaccarsene.
Nello spettacolo, suggestivo e intrigante, si avverte infatti questo scarto - che fa riflettere - tra una regia modernissima e una drammaturgia sottilmente vintage. Da sottolineare l'efficace apporto degli attori, soprattutto di Raffaella Boscolo. Ma un ruolo fondamentale ce l'ha anche la partitura sonora di Guido Baldoni.
di renato palazzi
(17:16 - 28 nov 2008)
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