Atmosfere estreme, cupe, malate, comportamentali; un uomo e una donna che sembrano non doversi capire mai, agli antipodi l'uno dall'altra: è il mondo segnato dalla solitudine, ma anche dall'emarginazione della diversità, che è lo spazio prediletto del teatro del quarantanovenne drammaturgo norvegese Jon Fosse, considerato in patria, ma non solo, l'erede di Ibsen.
In scena, in un'alba gelida d'inverno, in un giardino di betulle, una donna un po' sbronza, forse un po' drogata, sdraiata sopra una panchina e un uomo anonimo in cappotto e cappello, che passa veloce con la sua ventiquattrore. Fra di loro inizierà ben presto un inquietante passo a due, scandito da una partitura musicale che mescola Mahler alla musica techno, che sottolinea i momenti d'incontro fra i due protagonisti come i round di un immaginario match di boxe, all'apparenza destinato a non rompere l'evidente incomunicabilità che separa lui, un borghese per lavoro spesso lontano dalla moglie e dai due figli e lei, che è una prostituta.
Quest'incontro, all'apparenza senza futuro, si snoda fra il chiuso di anonime camere d'albergo, in solitari giardini urbani, in pub dove si cerca di sconfiggere la solitudine. Eppure è proprio in questa cupa zona d'ombra che - dopo la perdita del lavoro da parte di lui e la difficoltà di lei a continuare la vita di prima -, quell'uomo e quella donna cercano di essere semplicemente se stessi, di guarirsi con quella specie d'amore che può nascere da corpi balbettanti, dal tentativo di superare la formalità dell'apparenza mentre la vita di fuori si annuncia spesso con il trillo prevaricante e inascoltato del telefono.
S'intuisce, insomma, come i due personaggi siano del tutto simili a quelli che Ibsen definiva "casi clinici", cioè estremi, emblematici, pur cercando di abbattere, con tentativi di seduzione scontati, la barriera del silenzio. Proprio su questo ha lavorato con finezza Cesare Lievi cercando di rendere prima il formalismo, quasi l'afasia di lui (un credibile Sergio Mascherpa, nel suo essere un uomo qualunque) e il delirio esibizionista di lei (Giuseppina Turra con la sua esagerazione febbrile, pronta a stemperarsi in improvvise, tenere paure) grazie a una partitura di gesti comportamentale e disarticolata, dove la parola è spesso una parolaccia quando non un insulto sanguinoso. Un darsi e rifiutarsi che alla fine sembra suggerire un ipotetico lieto fine, un film da giocare al futuro chissà come, chissà dove.
di maria grazia gregori
(22:44 - 23 nov 2008)
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