Chi ha visto lo spettacolo lo scorso giugno, al Festival Teatro Italia, non ne era uscito pienamente soddisfatto. Lungaggini e qualche oscurità, erano le critiche. Ma ha fatto bene Arturo Cirillo a non mollar la presa, e a riproporre L'inseguitore, testo originale di Tiziano Scarpa, al Ridotto del Teatro Mercadante. Lo spettacolo ne è uscito compatto, forte, straziante.
Il testo di Scarpa svela una grande eleganza: è scritto con sapienza e mistero. Si apre come una deriva koltesiana, sospeso in un nulla, in un andirivieni di inconcludenze, eppure è subito ambiguo e morboso. Ruota su se stesso, dice e non dice: affastella elementi stracciati, frammenti di vite marginali, affanni sentimentali con una lingua pulita ed educata, e subito dopo sboccata, volgarissima. Mette in scena un vecchio, certo non un tipo rassicurabile, sporco, affannato, sudato. Piegato su se stesso per la fatica della vita, le scarpe scassate.
Il vecchio si mette a seguire uomini: è un maniaco? Un vizioso? Eppure parla educatamente, è rispettoso, indifeso. E quegli uomini chi sono? Dove vanno? Si scopre, con sorpresa, che il vecchio va a vedere quelli che escono dal carcere. Ci va ogni giorno, sperando sia quello buono, e si mette alle calcagna del liberato. Gli parla, ossessivamente: lo seduce. Perché? Qual è il mistero dell'uomo? Forse vuole farsi semplicemente uccidere, come afferma in uno dei momenti disperati di questa vicenda. Ma la storia comincia a precipitare. Veloce, sempre più veloce e pressante, scandita da clacson violenti e rumori di strada, intervallata da sogni grotteschi che il vecchio fa, addormentato alla meno peggio in un cinema porno.
L'abisso è lì, dietro l'angolo, tra un bar di periferia e una trattoria mal messa. L'abisso è un amore troppo crudele, la tragedia di un uomo ridicolo, disperato per il suo voler dar amore alla figlia handicappata. Vuole che quell'ex carcerato, pronto a tutto, disposto a tutto, metta incinta la figlia. Ecco l'ossessione, la malattia: che da quel corpo piagato e immobile possa liberarsi un figlio, un altro essere umano. Che da un amore "come animali" possa nascere una nuova vita. Il detenuto non ci sta, non ce la fa.
Disperato, e solo, anche lui. E le donne, intorno al mondo del vecchio, solo col pancione: mille moltiplicazioni, reali, vere e tenere, belle, che ricordano, inconsapevolmente, la condanna dell'uomo, costretto ancora ad inseguire, a cercare amore per sua figlia.
Inerti alla vita, vittime inconsapevoli, disgustati comprimari di un banchetto fatto di resti: questa umanità, raccontata da Scarpa non senza il gusto per il grottesco, lascia senza fiato. È decisamente orginale la prospettiva creata dallo scrittore, capace di affidare ad un uomo, e per giunta avanti con gli anni, quella ossessione - spesso solo femminile - per la gravidanza. Ed è magistrale quel suo tenere le fila di una lingua tersa, aguzza, avviluppante, musicale, che porta a teatro - Scarpa e pochi altri - finalmente un italiano del nostro tempo, senza cascami vernacolari o ammiccamenti semplicistici.
E lo spettacolo, giocato nello spazio del Ridotto, reinventato in uno stretto e lungo piano sequenza, mette letteralmente con le spalle al muro il pubblico. La fatica monumentale di Cirillo, che si conferma qui attore straordinario, viene ben corroborata da Michelangelo Dalisi (l'ex carcerato), da Salvatore Caruso (geniale trasformista), da Sabrina Scuccimarra che è brava come unica interprete dell'universo femminile della storia.
di andrea porcheddu
(17:30 - 10 nov 2008)
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