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15:57 - luned́ 21 maggio 2012


Sogno di una notte di mezza estate

Lo spazio vuoto è scandito solo da enormi lettere luminose, di vari colori e dimensioni, che calano dall'alto o scorrono lateralmente assumendo conformazioni e funzioni diverse: a volte ricordano, non senza intenzione, le insegne al neon di una in accogliente città dei nostri giorni, altre volte si combinano e scombinano casualmente diventando sgabelli, letti, piccoli mezzi di trasporto. Per lo più si dispongono in sequenze lineari a comporre le parole che designano i luoghi deputati dell'azione: "Atene", che ovviamente è di un bianco marmoreo, "Foresta", di un bel verde vegetale, "Luna", sospesa in aria col suo pallido chiarore.

Per certi aspetti il folgorante allestimento del Sogno di una notte di mezza estate, il nuovo spettacolo di Luca Ronconi, può essere sintetizzato in questa sorprendente invenzione scenografica. L'idea richiama, all'apparenza, le mitiche didascalie brechtiane, ma con ben altro intento concettuale: qui, infatti, non abbiamo delle mere indicazioni ambientali, ma delle scritte che si trasformano nei luoghi stessi da esse suggeriti, innescando un autentico cortocircuito comunicativo. I caratteri della parola "Foresta", ad esempio, diventano alberi fra cui si aggirano i personaggi, la parola "Luna" splende nel cielo coi suoi diafani raggi notturni.

È incredibile come il regista, a settantacinque anni, e con qualche serio problema di salute, riesca ancora a trovare la freschezza, la creatività per sperimentare inedite risorse del linguaggio teatrale. "Una rosa è una rosa è una rosa", scriveva Gertrude Stein nel 1914, con un abbagliante paradosso semantico. Una foresta è una foresta è una foresta, potremmo forse chiosare noi di fronte all'ingegnosa costruzione visiva di Margherita Palli. Solo che la foresta non c'è, o quanto meno non è affatto una foresta, ma soltanto uno spezzone verbale del tutto privo dell'oggetto cui si riferisce, un significante che imprevedibilmente si sostituisce al suo significato.

Quelle scritte cubitali che si muovono per la scena e paiono quasi delle autonome entità, personaggi esse stesse, denotano dunque una separatezza, una discordanza tra la parola e il contenuto che essa esprime, tra la parola e le emozioni, tra la parola e la voce di chi la pronuncia, che diventa metafora di un'altra invisibile scissione, lo scarto, lo iato tra i sentimenti rivendicati dai protagonisti e la natura dei loro effettivi comportamenti. Nella commedia scespiriana non si fa che parlare continuamente d'amore, ma gli atteggiamenti che uomini e donne assumono gli uni nei confronti degli altri appaiono in realtà freddi, scostanti, spesso persino sprezzanti e crudeli.

E allora, ecco, forse l'impossibilità di collegare la parola "Foresta" a un bosco autentico rispecchia l'impossibilità di porre in relazione - oggi? sempre? - il desiderio, l'aspettativa della passione con la capacità di abbandonarvisi davvero. Per questo Ronconi dichiara di voler sottrarre al testo i suoi risvolti magici, fiabeschi: perché in un simile contesto non vi è margine per nessun prodigio rigenerante. Solo nel sogno, solo nell'illusione del teatro è possibile attribuire ai singoli soggetti - dopo che essi sono usciti temporaneamente da se stessi - quegli affetti cui non li guidano gli impulsi naturali. Ma si può credere che questo artificio cambierà per sempre i loro destini?

Dunque, per concludere, la straordinaria qualità di questo Sogno di una notte di mezza estate mi sembra consistere, più che nel fatto d'esser semplicemente bello o brutto, che è pur sempre una questione opinabile, nell'altissimo spessore intellettuale che lo ispira, nelle riflessioni che suscita anche solo in virtù degli strumenti estetici di cui si serve: è uno di quegli spettacoli da cui si esce interrogandosi a lungo sulle implicazioni di ciò che si è visto, dove tutti gli elementi, dalle immagini della Palli alle musiche di Paolo Terni ai costumi dello stilista Antonio Marras, concorrono a uno stesso disegno unitario.

Anche la recitazione, con le sue forzature, le sue volute dissonanze, è rigorosamente finalizzata a un impianto interpretativo comune, senza particolari individualità in evidenza: sono comunque da citare almeno Elena Ghiaurov e Raffaele Esposito, i due sovrani ateniesi che conducono il gioco, il Puck di Riccardo Bini, i quattro giovani amanti, Silvia Pernarella, Francesco Colella, Pierluigi Corallo e Melania Giglio, e il trascinante Bottom di Fausto Russo Alesi: ma con lui va segnalato tutto il gruppo degli "artigiani", che sono Giovanni Ludeno, Gianluigi Fogacci, Alessandro Genovesi, Marco Grossi, spassosi nelle loro gag di teatro nel teatro.

di renato palazzi

(10:46 - 03 nov 2008)



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